Mar. Lug 16th, 2019

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Pisacane, la rivoluzione fallita e la borghesia meridionale radical-chic

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Il centocinquantesimo dall’Unità d’Italia è finalmente passato e le tante iniziative ad esso collegate appaiono ormai superate. Eppure, di tanto in tanto, come a riattizzare quel po’ di brace rimasta, ulteriori manifestazioni richiamano in vita vicende e protagonisti di un passato ormai lontano, soprattutto nell’inconfessato tentativo di esprimere giudizi e veicolare opinioni riguardo al contesto odierno. È il caso, ad esempio, delle tante versioni revisionistiche, tendenti a rafforzare il mito nostalgico secondo il quale il progresso civile e lo sviluppo economico del Mezzogiorno, promossi e garantiti dai governi borbonici, sono stati definitivamente compromessi dall’unificazione italiana e dagli interessi dei settentrionali. Lo scorso 15 luglio, in un’afosa domenica estiva, presso l’eremo di Pellezzano da pochi anni ristrutturato, in una sala incredibilmente affollata da un uditorio peraltro attento e partecipe, è stato ricordato Carlo Pisacane.

Foto: cilentonotizie.it


di Alfonso Conte

Foto: cilentonotizie.it

Il centocinquantesimo dall’Unità d’Italia è finalmente passato e le tante iniziative ad esso collegate appaiono ormai superate. Eppure, di tanto in tanto, come a riattizzare quel po’ di brace rimasta, ulteriori manifestazioni richiamano in vita vicende e protagonisti di un passato ormai lontano, soprattutto nell’inconfessato tentativo di esprimere giudizi e veicolare opinioni riguardo al contesto odierno. È il caso, ad esempio, delle tante versioni revisionistiche, tendenti a rafforzare il mito nostalgico secondo il quale il progresso civile e lo sviluppo economico del Mezzogiorno, promossi e garantiti dai governi borbonici, sono stati definitivamente compromessi dall’unificazione italiana e dagli interessi dei settentrionali.
Lo scorso 15 luglio, in un’afosa domenica estiva, presso l’eremo di Pellezzano da pochi anni ristrutturato, in una sala incredibilmente affollata da un uditorio peraltro attento e partecipe, è stato ricordato Carlo Pisacane. Tesi ispiratrice dell’incontro: l’unico protagonista dell’epopea risorgimentale sinceramente dalla parte delle classi popolari fu vittima di quegli stessi contadini ai quali andò incontro per portare giustizia e libertà, sicché da allora l’eccidio di Sanza è il simbolo della tragica incomunicabilità tra elite intellettuali e masse popolari meridionali. Di chi la colpa? I relatori non lo hanno detto, ma i consueti toni celebrativi riferiti allo sfortunato patriota hanno contribuito a diffondere la sensazione che la responsabilità della mancata rivoluzione sia da attribuire ai soliti cafoni del Sud, incapaci di cogliere e valorizzare i moderni modelli europei veicolati, anche a costo di notevoli sacrifici personali, da profeti illuminati.
Di chi la colpa se nelle regioni meridionali si vendono percentuali minime di libri e giornali? Se gli elettori sbagliano a votare, continuando a confondere i liberatori con gli oppressori? Se gli automobilisti parcheggiano in doppia fila? Se dopo decenni di scuola di massa nella maggioranza delle persone il senso civico è così poco evoluto e la vita culturale delle nostre comunità è tanto depressa? Dei cafoni, verrebbe da dire, quasi per riflesso incondizionato. Eppure, secondo illustri meridionalisti, soprattutto Salvemini e Gramsci, è assolutamente determinante il contributo dato a tale sfacelo dalla borghesia meridionale, ossia da giornalisti, professori, amministratori locali, liberi professionisti, uomini politici, soprattutto quando convinti di essere molto più intelligenti di tanta altra gente e, pertanto, legittimati a guidare la rivoluzione. La questione è complessa, a partire da Pisacane per arrivare fino ad oggi, e, saggiamente, domenica scorsa, mentre si rifletteva su tali temi, tantissimi stavano sdraiati in riva al mare. Nell’incertezza di pervenire ad un giudizio più ponderato, dopo una più approfondita indagine ed attenta analisi degli elementi da valutare, io proporrei: facciamo almeno … metà e metà!

1 thought on “Pisacane, la rivoluzione fallita e la borghesia meridionale radical-chic

  1. Sono perfettamente d’accordo con Alfonso Conte. Ha lucidamente espresso quello che considero anch’io il limite più grosso delle classi dirigenti del Sud: apatia e indifferenza verso i processi di ammodernamento delle Istituzioni. Un disinteresse, o meglio, l’interesse ad usarle per usi personalissimi.
    Un ritardo, più che una vera e propria anomalia, che pesa tutt’ora e che rende sempre più vulnerabile la nostra democrazia.

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