Poesie d’amore di Commings

Poesie d’amore di Commings
di Giuseppe Amoroso

Nella prestigiosa collana “Il nuovo melograno” ritornano le Poesie d’amore (Le Lettere, pp.135) di Edwuard Estiln Cummings per la felice traduzione di Salvatore Di Giacomo (con note introduttive di Maria Luisa Spaziani e di Mary de llr Rachewiltz, postfazione di Michael Webster e saggio finale di Sergio Di Giacomo). La difficoltà di rendere in qualsiasi lingua i testi originali dei poeti, e in particolare modo quelli di Cummings, è posta subito in evidenza dalla Spaziani (è come “paragonare il fuoco vero dell’inferno al fuoco dipinto”). La riuscita dell’operazione di Di Giacomo poggia sul fatto che il traduttore, muovendo dalle pagine a più livelli e articolazioni di Cummungs, “non ha certo ceduto – è ancora il giudizio dell’autrice delle Acque del sabato –, come dice Croce, alla ‘follia dell’‘infinitum perefectionis’, ossia all’ossessione della fedeltà”. Qui, in vero, la traduzione agisce con perizia su una schermaglia fra contrazioni vertiginose e slarghi en plein air, controluce e primo piano: la fedeltà all’originale è rispettata nella modulazione tematica delle liriche e del loro sviluppo vistosamente trasgressivo e, per così dire, anche narrativo, nel rispetto di un’architettura sconvolta, strutturale e stilistica, mentre si avanzano opportune interpretazioni lessicali, libertà di ritocchi ritmici, trasferimento di un’atmosfera in certi suoi trascoloranti effetti musicali. Già la lirica di apertura ci indica la qualità di una soluzione (”the genuine apparition of your smile” – “ la vera epifania del tuo sorriso”) che rispettando il significato di partenza lo ridona in un memorabile respiro di canto e nel concavo rifugio di un tecnico sigillo lessicale (“epifania”).
Visionaria, fulminea nell’agganciare un’immagine più concreta e corsiva all’oltranzismo deformante di un passo di straripante contorsione, nei risvolti di un rielaborato neobarocco d’avanguardia, la scrittura del poeta statunitense si essenzializza in simboli, soprattutto grazie a immagini ridotte a “breve forma”. Viaggia un continuo ondeggiamento delle prospettive, lo sfigurarsi di un volto nel molteplice inganno dello specchio (si pensi a Verhaeren) o il frenetico impulso di un gesto nella ferita causata dall’”intollerabile splendore” di una donna. Quando la parola sembra prosciugarsi, quasi pietrificarsi o rilanciarsi in una neoformazione, proprio allora essa indossa tutti i clamori e gli umori della vita, trasferendo in analogie ed evocazioni e consonanze il docile andare delle cose, estratte dai loro misteriosi archetipi. La violazione delle costruzioni canoniche (Sergio Di Giacomo, firmando acute sottolineature, dice di “labirinti poetici di estremo fascino e spesso enigmatici che si avvicinano ai Calligrammes di Apollinaire”) comporta l’attribuzione di spazi più stretti al dissonante racconto che l’io fa dei propri sentimenti. Cummimgs stabilisce misure sincroniche, l’avallo di una sintesi, l’assemblaggio sperimentale di azioni, di allegorie e, inoltre, virtuosismi grafici, pensieri, descrizioni forgiate in diverse officine (la selezione dei testi, che copre un ampio arco cronologico, dal 1922 al 1983, offre il paradigma di vari stadi creativi del poeta), Impera un rapinoso impeto che isola nuclei di “crepitìo e/ avvallamento di/ piani” nel decomposto discorso autobiografico, segmentato,reso per grumi, per collasso di “clamori di/collisione”. Nascosto, quasi invisibile, esiste un mondo reale di volta in volta trasferito in emblemi iconografici, in cifre concettuali (ma dall’affabile intensità di passioni), in simbiosi tra la natura e l’io (“a personal radiance sits/ hideously upon the traffiking bum/ of dusk” – ”un fulgore privato è assiso/in modo spaventoso sul brusìo armeggiante/del crepuscolo”).
Versi di una sola lettera o di un solo lemma o monosillabici accentuano il grido e l’isolamento del poeta, lo fanno sortire dallo stereotipo letterario della solitudine a lungo spiegata e confessata, tendono a cancellare i referenti, i raccordi e a creare un deserto immobile e immateriale, reso spesso da un linguaggio estremamente stilizzato e impiegato per sobillanti e visivi accorpamenti di parole, per strutture grammaticali e sintattiche asimmetriche. Siamo di fronte al segnale di una sorta di sparizione di scena del soggetto, sovrastato dal vuoto, dall’assenza: un’idea di piccolo universo senza tempo, un “nascondiglio”, una “timid(…)issima meta(…)fora? luce”, mentre la catena del discorso straripa in un tumulto di sovrabbondanza o in aridità di sottrazione di senso, in convulsa contaminazione di idee, di valori e nel “silente scuro” di una fuga. Si aprono parentesi, spesso stozzate, che accompagnano un lacerante esame di coscienza: “egli non guarda nulla/egli non cerca qualcosa/ egli non guarda/vede/cosa/non qualche cosa fuori di sé/né nulla in sé/ma se stesso/se stesso come/non come qualche chiunque/né come qualsiasi qualcuno/solo un nessuno (che è tutti)”. L’immaginoso, rivoluzionario codice espressivo trova risposta nella scompaginazione degli appena percepibili centri e snodi esistenziali che riproducono tessere di un disordinato e aggressivo quadro di possibilità di avvicinarsi a “quella nonesistenza che i più chiamano/ vita”, su cui incombe il vuoto: è/ v/uo/ t/ questo minuscolo p/arco(tut/ti sono altrov/ e,e io qui con 6 p/ asserott/i)l’a/utunno & l/a pioggi/a/l/pioggialapioggia”. Intorno, le “inutili vite” sotto un cielo, al mattino, di “tristi cadaveri di stelle”, ma anche la presenza dominante della donna, “fisica signora”,emergente da un ritratto profilato con connotati di versi lunghi, interni allo sguardo del poeta proiettato a dare più esplicitamente un quadro rifinito negli sfondi e nei dettagli.
A intervalli, il dettato appare anche più aspro, l’autore osserva dalla “realtà di ogni nulla”, non cessa di spegnere, ”viaggiatore dall’eternità”, la corrente del quotidiano, inoltrandosi in un itinerario che conduce alla scoperta del “verme nudo” della “mente protesa”. Il verso, sempre trafitto di enigmi, si spalanca in modo inatteso, ad alcune proiezioni meno ermetiche (“diffidiamo, cheri, e di questa scatola/ non molto grande del tutto misteriosa, sul cui coperchio/ chiuso sta inciso…”), seguendo un’inedita e spettacolare risultante comunicativa, una linea orizzontale sospinta dal bisogno di trasparenza e di ansia larga di conoscere, perché “c’è un viaggio ,/ e chi è destinato ad andare lontano,/ non ama indugiare”(There is a journey,/and who is for the long road,/ loves not to linger”).

redazioneIconfronti

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