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Poggioreale, la verità del dolore e la speranza di farcela

Poggioreale, la verità del dolore e la speranza di farcela
di Andrea Manzi

Questo reportage dal carcere di Poggioreale, scritto da Andrea Manzi (nella foto con i reclusi nell’istituto di pena) in occasione del pranzo di Natale del 2010, è una indicazione evidente di quelle che saranno le nostre attenzioni culturali prevalenti, attenzioni per quanti non hanno voce o stentano a rendere pubblici le proprie difficoltà e i loro diritti sistematicamente violati. La cultura e l’inquadramento culturale della realtà per noi è questo, altrimenti diventerebbero entrambi esercizi di stile, come tali, però, al di fuori del nostro progetto e della nostra vocazione solidale.

In fondo alla chiesa adibita a refettorio, entrando a sinistra, sotto una volta, c’è Gesù nudo che sanguina sulla croce. Ai piedi della statua un foglio bianco e ondulato come una comoda sciarpa. Una mano incerta vi ha scritto sopra, con un pennarello rosso, un versetto del Vangelo di Giovanni (1, 14): Pose la sua tenda tra gli uomini. Ai lati, accatastati uno sull‘altro, i banchi della messa che hanno ceduto il posto ai tavoli con la tovaglia di carta increspata anch‘essa rosso sangue, superfici precarie ricavate dall‘imperfetto congiungimento di tavolini quadrati da bar di periferia. Sono addossati con ordine e lasciano libero un passaggio centrale, una sorta di navata nella quale Antonio Mattone, portavoce della Comunità di Sant‘Egidio, si muove da padrone di casa, dirigendo le operazioni di approvvigionamento. Mattone «viene ogni giorno» puntualizza Pippo, che è arrivato a fine luglio per un omicidio che non gli dà pace e per il quale si proclama innocente. «Non proprio ogni giorno» precisa Mattone, rivolto al ragazzo con sorriso complice. Se dai le spalle all’altare, che è coperto da un telo nero, la variopinta assemblea del pranzo di Natale appare sezionata in due ali simmetriche. Sembrano le falangi di un esercito che staziona per rifocillarsi, prima di avanzare nel nulla. Ad ogni tavolo siedono dieci persone, presenze discrete e variopinte. I cento commensali indossano il maglione buono o la tuta azzurra lavata e stirata per la grande occasione. Età media, trent’anni. Capelli pettinati, gli extracomunitari prediligono la fila centrale col tocco maudit e ribelle alla Elvis Presley. Perfetto microcosmo di integrazione razziale, questo carcere: una lezione per i razzismi leghisti di fuori. Gli abitanti della spettrale struttura sono ragazzi dapprincipio un po’ smarriti, sotto le telecamere Rai e davanti agli occhi dei cronisti. Nessuno di loro accusa, però, la sindrome dell’assedio. Mangiano cannelloni, polpettone per secondo e, infinita generosità della provvidenza, c’è anche il contorno di patate con cipolle condite da una salsetta soave di olio, prezzemolo e aceto. Cesti di agrumi e vaschette di fichi secchi consentono di chiudere il pranzo dell’anno con la bocca paga e inzuccherata. A richiesta, arriva un dito di vino rosso che solerti ragazze versano con parsimoniosa cura negli instabili bicchieri di carta. Cose dell’altro mondo, per chi nel carcere più grande d’Europa convive in cella perlomeno con altri otto-dieci compagni ed ha ricavato, in ventuno metri quadri, lo spazio per tribali servizi igienici comunitari, cucina e mensa. Miracolo dell’architettura coatta. Appaiono contenti i detenuti, ma sulla gioia del momento scende un velo d’angoscia che spalma sulle facce ghigni e sorrisi artefatti. I rari momenti belli – spiegano – aprono in carcere il sipario sull’angoscia del dopo, sulla solitudine che a Natale è una lama affilata girata nel cuore. È come se ogni sorriso contenesse un pianto e comunicasse il perfetto contrario della gioia, una sorta di sindrome da sabato del villaggio. All’inizio la platea è come quella di un irreale teatro artico. Anche noi visitatori ci sentiamo abitanti di una città fantasma, viene in mente Italo Calvino, la rarefazione della realtà urbana. Le pareti laterali sembrano foderate di ghiaccio, nonostante imperioso, entrando, di fianco a quello che in giorni normali sarà l’altare, ti si para in faccia quel Cristo con il capo reclinato sulla spalla e la corona di spine, messo lì come auspicio di possibile liquefazione del gelo. Il sangue che gli sgorga dal costato è un filo rosso che tutti, qui dentro, immaginano caldo. In quel sangue si disciolgono antichi grumi e rabbie infinite, ed infatti il Cristo della statua è più vivo di quanto s’immagini. Per i ragazzi è in costante ascolto, tant’è che vi si aggrappano sicuri di essere da lui abbracciati. Cristo per loro è di carne ed ossa. Prima di sedere, alcuni vanno a baciargli il ginocchio spellato e segue, da parte di ciascuno, il segno della croce rispettoso e con l’inchino. Non si sentono, tuttavia, pesciolini nell’acquario, questi ragazzoni che il carcere ha anestetizzato senza concedere loro una misera chance. Non avvertono di essere sotto i riflettori di alcuna curiosità morbosa e del compatimento. Ed infatti non lo sono, li circonda il rispetto. Essi lo sanno e, chi prima chi dopo, si sciolgono con noi “forestieri” in una loquacità generosa. Capovolgono il rapporto ed osservano con incredulità quel segmento di mondo esterno piombato nell’inferno del loro carcere. Il segmento saremmo noi. I detenuti sembrano dirci: «Ma come puoi non farne del mio dramma l’impegno della tua vita?», «Non lo vedi che ci hanno condannato non alla reclusione ma all’inferno?». E sono bravi a portarci nel loro mondo di ricordi e di proclamate innocenze assolute, in qualche caso autentiche. Pippo dice di non aver sparato volontariamente al suo amico più caro. Il colpo partì nel chiudere l’arma, e il botto coprì lo scatto. «La mia vita è finita in quel momento, anche se non ho colpe e infatti non mi accusa nessuno: è un omicidio colposo, ma mi hanno contestato quello volontario. Un prete sta promuovendo una colletta per l’avvocato, perché sa che sono innocente. Se non hai soldi qui dentro puoi crepare»: gli occhi di questo venticinquenne vestito di nero come un corvo si portano dentro una ferita. «Tu sei il bimbo nella mangiatoia» gli direbbe Sylvia Plath per rassicurarlo, temendo di lui e di suoi simili gesti estremi. Pippo infatti non è spaventato dall‘ipotesi di una dura condanna. Teme quest’inferno di Poggioreale, dove anche quel Dio che i ragazzi baciano in croce sembra perdersi nell’incoscienza. Sono pensieri catastrofici i suoi, che hanno qualche affinità illustre. Il poeta John Donne sostenne che la volontaria morte di Cristo (volontaria, perché avrebbe, secondo lui, potuto sottrarvisi) alimenta l’ipotesi di un Dio suicida o, comunque, alle corde. «Un Dio che crea il mondo – scrisse Borges, rileggendo Donne – per erigervi il proprio patibolo». Pippo non conosce il quadro eziologico delle angosce dei poeti, ma sa tutto sull’impoeticità della sua condizione. «Stiamo male, le celle sono gelide e teniamo anche le finestre aperte, perché in pochi metri abitiamo in troppi: dormiamo, c’è il cesso, cuciniamo, mangiamo. Non c’è acqua calda, d’estate invece il caldo ci ammazza e la gente sviene. Fuori dalla cella andiamo solo per un’ora al giorno, che spesso si riduce a 40-45 minuti». Una favola, dunque, quella della porta di ferro aperta per molto tempo nella giornata. «È chiusa sempre, non esiste socializzazione, i colloqui settimanali con i familiari spesso avvengono al dodicesimo giorno. Non c’è il lavoro, per un colloquio con lo psicologo fai la domanda e poi aspetti, può passare anche un mese, ma spesso la risposta non arriva proprio. Alla famiglia puoi telefonare una volta ogni trenta giorni per qualche minuto. Spesso non ti consentono nemmeno questo». A Poggioreale, oltre alla ripugnanza estetica del luogo, ti si parano davanti agli occhi facce profonde come gli abissi. Facce che parlano di assurda violenza subita oltre che praticata. Facce d’abisso, dove abisso sta per voragine che separa, direbbe Camus, la certezza della propria esistenza e il contenuto che si riesce a dare ad essa. Amil è tunisino, anch’egli si dichiara innocente e non per la prassi consolidata nelle carceri di chiamarsi fuori negando anche l’evidenza, quanto piuttosto per un racconto logico. Egli confessa al cronista anche colpe che i magistrati non gli hanno contestato, ma la droga nell’auto che lo ha portato a Poggioreale giura che gli investigatori ce l’hanno messa per incastrarlo, per fottermi specifica. E a modo suo lo prova. Lo avranno ritenuto – prima di qualsiasi giudizio – indegno della sua libertà. A volte la legge utilizza metodi criminali. Amil parla come se fosse libero, avverte l‘ingiustizia della sanzione e si è come auto-assolto, mentalmente liberato, nonostante i luoghi che lo circondano si incarichino di contraddire la sua convinzione. «Difficile non credergli» sussurra la collega Donatella Trotta, presidente dell’Ucsi, colpita dal racconto articolato e verosimile. Ma le ragioni di Amil non contano in questa società, dove la giustizia spesso condanna all’infecondità delle vite oltre che al carcere. È assurdo tutto ciò, ma vero a Poggioreale. Non per nulla siamo nell’istituto più bassamente celebrato d’Europa, del quale ciclicamente si chiede la chiusura come unica forma di possibile perequazione tra le condizioni di vita dei detenuti italiani. Costruito nel 1908, suddiviso in 12 padiglioni con i nomi delle più belle città d’Italia, ha passeggi che sono quadrati di cemento e non conosce spazi per esperienze comuni. «Il modello detentivo dell’istituto è quello di fine ‘800: cameroni, letti a castello, reparti aperti su tre piani, le celle lungo un ballatoio aperto al centro, una rete che si sostituisce al soffitto», raccontano le macabre guide. Tanti i casi di suicidio, autodistruzione senza rimpianti, chiosano gli psichiatri. Tradotto in parole povere, fuga liberatoria da un inferno di dodici gironi, dove sono stipate fino a 2.800 anime in pena (2.500 nel giorno di Natale) contro le 1.400 contenibili. Don Franco Esposito, dopo il pranzo, sale sul palchetto e racconta l’abiezione metropolitana di Poggioreale, per migliaia di detenuti una vera riduzione in schiavitù. È un idolo, questo cappellano. «Solo lui ci vuole bene», giura Pippo. I detenuti si spellano le mani per applaudire, quando il sacerdote tuona contro una vita che qui dentro diventa attesa vuota. «Non ci sono spazi, manca il lavoro, le celle sbarrate per tutto il giorno. Così si vogliono recuperare le persone?»: nelle parole del sacerdote compaiono le chiavi per dare senso ai tanti suicidi avvenuti qui dentro. Capisci perché ammazzarsi tra queste mura non risponda ad una necessità causale, quasi che l’epilogo fosse già iscritto nel destino. No, la causa vera è in questa vita di noi detenuti: don Franco si identifica con i suoi ragazzi, dice noi, ma non si rende nemmeno conto del plurale maiestatis. Le denunce degli ultimi mesi sulla violenza di questo carcere, resa ancora più intollerabile per le cure negate ai reclusi (gli avvocati hanno denunciato anche negligenze dei magistrati, a proposito si sta indagando?), sembrano fondate. I detenuti raccontano di malati cronici di epatite abbandonati al loro destino e che convivono con soggetti sani superesposti al rischio del contagio. Raccontano di corpi che si consumano nel male e decadono rapidamente verso il più tragico epilogo. Tuttavia, nonostante l’esistenza sprofondata nell’abisso, dentro Poggioreale ci si attacca alla speranza. Don Franco la dispensa come dono antistress. Quando il direttore del carcere Cosimo Giordano, dal palco, promette miglioramenti, partono applausi anche per lui. È arrivato da un anno e mezzo. Lavora sodo. Annuncia un finanziamento di 120mila euro della Regione. Con quei soldi si costruirà un campetto per potersi muovere un po’. Nel mare magnum dei finanziamenti disposti dall’impero bassoliniano, 120mila euro per i carcerati sono un insulto, ma qui dove il dolore opprime appaiono come uno smisurato slancio di generosità. La festa volge al termine, arrivano i dolci natalizi e ci si prepara per la cantata dei pastori. Guadagnano il palco Gianni Lamagna, Lello Giulivo e un gruppo folk. Nella loro voce, vive la Napoli delle tradizioni popolari e colte. I detenuti applaudono, non è vero che i loro unici idoli siano i neomelodici. Accompagnano gli artisti, portano il tempo, rivoltano i ritornelli e adombrano qualche greve doppio senso. A tratti, tra un brano e l’altro, si lanciano in filastrocche storpie ammaccate dalle inflessioni. Sono passate due ore, poco più. Nel piazzale le guardie già organizzano le traduzioni nei padiglioni. I detenuti sanno che la festa è finita. Qualcuno si commuove. Vincenzo spera nel tempo che passi in fretta («Il mio fine pena è 2014, ma in cella stanno tutti peggio di me»), altri chiedono se la Comunità di Sant’Egidio non pensi, per caso, di ripetere più spesso un pranzo-spettacolo. Qui basta una festa per fare Natale. La voglia di comunicare vissuti, a Poggioreale, è forte e spesso utilizza i riti religiosi. Nella Via crucis del venerdì santo i detenuti, nelle 14 stazioni, fanno la parte di Cristo e raccontano le loro storie liberandosi di angosciosi ricordi. «Difficile resistere, stai male, è un’esperienza troppo forte» racconta Donatella Trotta. Sono fiori popolari, quelle parole stizzite, che spuntano in un deserto identificato con il male. Salutiamo e, con il collega Andrea Acampa, ci avviamo all’uscita. Assistiamo alla struggente separazione tra un padre e un figlio, incontratisi al pranzo: sono due incensurati finiti dentro per una storia contorta. Il direttore ha consentito che mangiassero allo stesso tavolo. Un incontro tenerissimo. Lamagna e Giulivo intonano gli ultimi brani. I volontari della Comunità di Sant’Egidio consegnano a ciascun detenuto un pacco dono. Alle nostre spalle lo scatto gelido dei cancelli che si chiudono, sbattendo. Tra pochi minuti, il tempo rimetterà i calzari di piombo. E a Poggioreale farà buio e freddo nel cuore.

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Commenti (3)

  • andrea manzi

    Grazie Giulia.
    È la realtà di Poggioreale, non il mio scritto, densa di suggestioni.
    Per quanto riguarda le parole che utilizzo, ti ringrazio molto per i complimenti: sono soltanto i mezzi semplicissimi e poveri con i quali rappresento le cose che vedo. Senza artifici e, mi auguro, con verità.

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  • giulia adinolfi

    Hai avuto l’abilità, Andrea, di farmi partecipare intensamente alla tua visita in un luogo così particolare: mi sono sentita lì dentro, a contatto con una sofferenza senza confini e senza limiti.
    Io ritengo che soltanto il grande giornalismo, come il tuo, denso di dignità letteraria, possa riuscire in questi intenti.
    E tu riesci da sempre in questa meravigliosa opera di accompagnare il lettore con amicizia e senso di verità…
    Ti seguo dagli anni del Mattino e che tu abbia una marcia in più lo si notava già da quando eri giovanissimo.
    Grazie di cuore.

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  • Davide Cerullo

    Poggioreale, come molte carceri italiane, è un posto invivibile. Soltanto il pensiero di tante persone costrette in così poco spazio, in condizioni di vita disumane, rende impossibile qualsiasi ipotesi di recupero, di rieducazione. Il carcere non educa alla vita sociale positiva, ma anzi laurea in malavita. Spesso è proprio lì che si finisce l’apprendistato cominciato in strada, lì che si incontrano i peggiori “maestri” incattiviti dall’ambiente carcerario che soffoca e snatura le persone, le rattrista definitvamente. Tanti i suicidi, troppi per non cogliere l’urgenza di una riforma di questi Istituti, con lo scopo vero di riabilitare le persone, dare loro una nuova possibilità. Quando si esce dal carcere molte volte la condanna è appena iniziata. Grazie per questo articolo che è davvero una foto realistica e partecipata di questo mondo.
    davide cerullo

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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