Politica in crisi, manca un’alternativa

Politica in crisi, manca un’alternativa
di Carmelo Conte
L'ex ministro Carmelo Conte
L’ex ministro Carmelo Conte

Per la sfida che ha lanciato alla sinistra e ai sindacati sulla riforma del jobs act, Renzi è stato paragonato a Craxi, il leader socialista che nel 1985, da premier in carica, vinse contro gli stessi avversari e sugli stessi temi il referendum abrogativo della scala mobile. Il raffronto ha una sua suggestione, ma omologa e attualizza condizioni storiche e politiche incomparabili. Il premierato di Renzi è legato, nel bene e nel male, al cordone ombelicale dell’Europa e ha un partito di maggioranza alla spalle, mentre Craxi è stato leader di un piccolo partito e ha governato l’Italia in concorrenza con gli attuali partner europei, forte solo di una visione storica della politica.  Inoltre,  quello che più rileva, Craxi aveva concorrenti di peso nella Dc, partito di maggioranza relativa, e avversari determinati nel Pci, partito di massa all’opposizione. Mentre Renzi non ha alternative nel Pd, ove le opposizioni rappresentano grandi valori ma sono prive di un progetto, né nel sistema politico sempre più magmatico e inconcludente. Si sta, infatti, dissolvendo sia la furia rinnovatrice di Grillo sia l’opposizione di destra, avendo Berlusconi assunto un ruolo sussidiario rispetto al Governo, come, peraltro, la cosiddetta costituente centrista, ricca di sigle (Udc, Ncd, popolari per l’Italia, scelta civica) ma non di consensi e di idee. Né sembrano in grado di opporgli un ricambio i cosiddetti poteri forti perché, come ha sostenuto Marco Vitale, nel suo libro  “I potenti del Denaro”, sono più morti che vivi. Invero, a parte il gruppo che si è arricchito all’italiana (rubando) come Cefis,  Gelli, Calvi, Sindona, sono scomparsi o falliti anche Pirelli, Lucchini, Bonomi, Tanzi, Bagnasco  e Cuccia con tutti i suoi affiliati in Medio Banca. Se la sono cavata solo alcuni (Pesenti e Benetton), ma gli unici ad avere ancora voce politica sono la Fiat (di Elkann – Marchionne) e Berlusconi con i quali Renzi mostra di avere un’evidente sintonia. Un situazione di impasse colta, con ironia, da una battuta che circola nel salone dei passi perduti di Montecitorio: l’avversario di Renzi è Renzi. Un giudizio che si va formando per le ragioni contingenti sopra richiamate e soprattutto per come egli si pone nei rapporti  istituzionali e politici. A cominciare dall’Europa, dove sta facendo pesare il ruolo dell’Italia ma non è riuscito a sintonizzarsi con Mario Draghi. Che, il 12 agosto scorso, in  un incontro riservato nella sua casa di Campagna nei pressi di Città del Pieve, gli ha detto, a chiare lettere, che ai fini della politica europea le misure strutturali dirette a incidere sui  conti pubblici e sullo sviluppo vengono prima della riforma del senato, dell’art.18 e della legge elettorale. Ha, cioè, toccato un nervo scoperto che ha un suo riverbero particolare nel Pd che sui temi del lavoro e su quelli istituzionali sta recitando il ruolo di maggioranza e di opposizione, tipico dei partiti di lotta e di governo. Una tendenza che Renzi sta contrastando grazie al controllo del partito attraverso il quale controlla anche i parlamentari. Ma egli sa bene  che una siffatta catena di comando non può reggere a lungo. Di qui il proposito di elezioni anticipate per dotarsi di una maggioranza parlamentare di fedelissimi e, nel contempo, sottrarsi alla prova delle promesse da mantenere nei fatidici mille giorni. Un disegno che potrebbe realizzare varando la legge elettorale maggioritaria, concordata con Berlusconi, il quale ha, però, interesse ad evitare le elezioni anticipate per finire di scontare la condanna ai servizi sociali ed essere libero di tornare in campo. E si torna, così al punto di partenza, con il rischio che, aggravandosi la crisi economica, l’alternativa a Renzi possa essere imposta (commissionata) dall’Europa e non dalla politica.

 

 

redazioneIconfronti