Polito Pastina, il plebeo che osò sfidare i nobili

Polito Pastina, il plebeo che osò sfidare i nobili

Il nuovo libro di Giuseppe Foscari, docente di Storia dell’Europa presso l’Università degli studi di Salerno, è stato presentato martedì 24 novembre nell’Aula Foa dell’ateneo. Al seminario sono intervenuti Aurelio Musi, Vittorio Dini, Annibale Elia, Adalgiso Amendola, Silvana Sciarrotta. Conclusioni dell’autore, ha moderato i lavori Andrea Manzi.

di Andrea Manzi
Il nuovo libro di Giuseppe Foscari
Il nuovo libro di Giuseppe Foscari

Più vicine di quanto s’immagini e non soltanto per la contiguità delle periferie e dei casali o per le montagne che furono spazi comuni di ribellione e di collegamento. Cava e Salerno, inquadrate negli anni 1647-48, al tempo della rivolta di Masaniello, furono segnate da una profonda crisi economica e sociale, che scaturì durante il vicereame spagnolo da un eccesso di potere di baroni, patrizi e gentiluomini nei confronti della popolazione. Erano città demaniali fedeli alla monarchia ed entrambe si lasciarono coinvolgere dalla rivolta, che si allargò ai territori contigui. Con meticoloso impegno di ricerca, e lanciando un fascio di luce sul Mezzogiorno oscurato spesso da una tradizione storiografica, anche coeva, di taglio napolicentrico, Giuseppe Foscari, docente di Storia dell’Europa dell’Università di Salerno, ricostruisce quegli anni, analizzando il conflitto di leadership di Cava, dove la rivolta puntava a rinnovare il potere attraverso la via riformatrice del patriziato (di fede monarchica), e la specificità salernitana, nella quale la ribellione seguì invece la via rivoluzionaria della sollevazione della plebe. “La grande machina della solleuatione – Due città e un capopopolo nella rivolta di Masaniello” (Intermedium libri) entra nel vivo delle due alternative modalità di rinnovamento della società – Cava riformatrice, Salerno rivoluzionaria – recuperando una figura centrale nella lotta contro le intollerabili vessazioni del tempo: Polito Pastina, che non fu soltanto un sobillatore delle plebi dei casali ma molto di più. Pescivendolo salernitano, nato intorno al 1615 nel popoloso quartiere delle Fornelle, divenuto sgherro del duca di Nocera, Polito entra in breve tempo da protagonista nella storia, diventando elemento di coesione popolare a Cava e a Salerno: riesce ad occupare la sua città e assume la leadership a Napoli e nell’intera provincia, dimostrandosi sobillatore e condottiero, in grado di destabilizzare l’ordine sociale costituito, al punto da scompaginare il quadro delle fedeltà e delle alleanze (una per tutte: il vescovo di Cava si schierò contro i ribelli, ma vi fu una chiesa vicina al popolo emarginato che disattese le indicazioni vescovili).

Sono anni convulsi, durante i quali i francesi appoggiano la rivolta dei salernitani, ma la resistenza dei nobili è aspra. I privilegi si tengono ben stretti. Gli spagnoli rioccupano così Napoli, ma Polito Pastina non si dà per vinto. Si eclissa, scioglie l’esercito, ripara a Roma. Quattro mesi dopo, agosto del 1648, ritorna con la flotta francese per riprendersi Salerno dal golfo, ma riesce a malapena a conquistare Vietri. Cava gli si oppone con forza, fa lega con i patrizi salernitani e spegne gli ardori plebei, sullo sfondo di un tempo comunque nuovo, che pose il problema della sovranità e delle sue limitazioni, punto di snodo politico già presente tra tardo medioevo ed età moderna.

Foscari riaccende i riflettori su questa figura della storia moderna, che ingiustamente è stata rimossa dalla storiografia e lo fa con felice scrittura e godibilità del racconto, nel quadro di una ricostruzione ariosa, che riscatta il ribellismo moderno, nonché la fisionomia e le istanze della plebe. Il campo d’indagine è geograficamente delimitato ma in esso affluiscono convinzioni e ansie del tempo, dalla funzione rigenerativa dei ceti popolari (Machiavelli) ai temi cari alla storiografia più avvertita (Galasso, Villari, Musi), fermamente convinta della matrice non soltanto urbana di quel conflitto, che offrì infatti un valido contributo alla crescita antifeudale dell’Italia. È una storia ricostruita “dal basso”, a tratti quasi una cronaca quotidiana ma profonda del popolo minuto, raccontata con passione civile e cura del dettaglio, che rilancia le dinamiche complesse di un tempo inquieto e il malessere sociale verso il regime. Un tema che si propone come monito ai giovani d’oggi, confinati nella marginalità civica e alla ricerca di una voce e di uno stile da dare al disagio, per intercettare e comprimere la compattezza talvolta ottusa dei gruppi dominanti.

(da Il Mattino del 24 novembre 2015)

redazioneIconfronti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *