Primarie Pd, il disegno di Renzi

Primarie Pd, il disegno di Renzi
di Massimiliano Amato
Massimiliano Amato
Massimiliano Amato

Anziché a metà dicembre, si celebreranno probabilmente la seconda domenica di gennaio, ma le Primarie del Pd per la designazione del candidato alla presidenza della Regione si faranno. E’ un esito scontato; meno scontato è il fatto che tale conclusione rappresenti uno smacco per Renzi, come pure i giornali si affannano a ripetere monotonamente. Forse per i suoi giovani e inesperti luogotenenti locali: ma quelli hanno dimostrato di che pasta sono fatti a Bagnoli, dove organizzarono la Fonderia delle Idee per apparecchiare un assassinio politico eccellente, e alla fine i lavori furono chiusi da un applauditissimo comizio della vittima designata. In realtà, Renzi decise che si sarebbe dovuti arrivare a questa soluzione (e cioè il bagno di sangue tra l’ex Assessore e l’Antagonista salernitano) il giorno in cui affidò a Raffaele Cantone il coordinamento della speciale struttura incaricata di vigilare sulla regolarità degli appalti dell’Expo milanese. Sapeva bene, il segretario – premier, che il magistrato di Giugliano era l’unica e l’ultima carta a disposizione per costringere tutti al passo indietro. Ma in quei giorni egli andava affinando la sua strategia di liquidazione dell’esperienza del Pd, che risulta ancora più chiara adesso, alla luce delle reazioni al tracollo della partecipazione alle Regionali di Calabria e (soprattutto) Emilia Romagna. E’ ufficiale: il progetto presentato in pompa magna al Lingotto di Torino sette anni fa da Walter Veltroni è ormai carta straccia. Che fosse già allora un disegno ottusamente ambizioso perché completamente privo di gambe sulle quali camminare (la storia della sinistra italiana del Novecento è la più tragica in Europa, ma tutti, vecchie nuove nomenklature, fanno a gara per nascondere questa amarissima verità prima a se stessi e poi agli altri) conta poco sottolinearlo adesso. Perché, contrariamente a quanto si sarebbe portati a pensare, con il suo carico di avventato populismo, agnostico dilettantismo, sfrenata personalizzazione e assorbimento di ogni forma di dissenso interno e esterno, il renzismo non è lo stadio terminale della malattia. Tutt’altro: è l’uscita, stavolta definitiva e non fittizia, dal morbo esploso nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino. Si dirà: uscita come? Non con il partito della nazione: sciocchezze. Ma con il partito costruito in questi sette mesi di (non) governo del Paese. Un partito, cioè, che si accontenta di essere maggioranza della minoranza degli elettori (Europee, Regionali) intercettando e anzi cavalcando la caduta verticale della rappresentanza, cartello elettorale permanente e, infine, rodata macchina per la gestione del potere.

La soluzione campana è perfettamente coerente con lo sviluppo della storia dei democratici. Due capibastone periferici, uno (l’Antagonista) assolutamente impresentabile e non certo per i numerosi “carichi pendenti”, l’altro (l’ex Assessore) con parecchi peccatucci da farsi perdonare, entrambi debitamente tenuti a distanza di sicurezza dai luoghi in cui si esercita il potere vero, che se le daranno di santa ragione, devastando quel poco che è ancora rimasto in piedi nel “sentimento” del popolo della sinistra. La manna dal cielo per Renzi, che non vuole problemi ed è interessato al risultato della Campania esattamente come può esserlo, lui che è tifoso della Fiorentina, a quello del derby Salernitana-Benevento (tanto più che anche – e forse soprattutto – un’eventuale riconferma di Caldoro a Palazzo Santa Lucia non gli starebbe affatto male).

Se queste sono dunque le condizioni di partenza (e non c’è motivo di ritenere che non siano queste), a noi non resta che disegnare gli scenari che si aprono.

Scenario A. A vincere le primarie è l’Antagonista, in virtù di accordi stretti con tutti i sottopanza locali. Tanti. Ognuno con un proprio disegno di potere in testa. Solo che l’Antagonista (l’ha abbondantemente dimostrato in venti e passa anni di dominio a Salerno) è uno che balla da solo. Una volta incassato il risultato, non divide niente con nessuno. La Regione, in caso di vittoria del centrosinistra, diventa campo di battaglia quotidiano.

Scenario B. Le primarie le vince l’ex Assessore. Furente, ma per niente intenzionato a ritirarsi sotto la tenda come Achille dopo lo scontro con Agamennone, l’Antagonista mette in campo la sua batteria di liste civiche già pronte, partecipando lo stesso alla competizione e spaccando sia il centrosinistra che il centrodestra.

Scenario C. Finisce come con le primarie di Napoli del 2011: il risultato non viene convalidato perché i due contendenti si accusano reciprocamente di brogli. Sarebbe lo scenario peggiore, perché il Pd campano (o quel che resta di esso) imploderebbe sotto il peso dell’ennesimo scandalo. Ma c’è ancora qualcuno disposto a credere che a Renzi un esito del genere non faccia piacere?

redazioneIconfronti

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