Primavera araba, risorgimento islamico e prove di democrazia

di Beatrice Benocci

Il 17 dicembre del 2010 il tunisino Mohamed Bouazizi si dava fuoco contro il divieto di poter vendere frutta e verdura al mercato. Il suo gesto di ribellione infiammava prima il Nord Africa, poi il Medio Oriente. Alcuni ne avrebbero seguito l’esempio, molti altri avrebbero trasformato quella protesta nata dalla crisi economica globale in una vera e propria rivoluzione, in grado di far cadere Mubarak in Egitto, Bel Ali in Tunisia, Saleh in Yemen, Gheddafi in Libia. Un movimento che ancora oggi non si è fermato, come dimostrano gli eventi in Siria, e che produce conseguenze dirette e indirette fino a due anni fa inimmaginabili, a partire dal recente riconoscimento alla Palestina di Stato Osservatore alle Nazioni Unite. Nel corso del 2011 molti osservatori, che avevano guardato alla Primavera araba cercando similitudini con il nostro Risorgimento, erano rimasti delusi; altri, considerando i lenti progressi dei movimenti rivoluzionari, avevano profetizzato un loro facile fallimento. In realtà, come commentato dallo studioso francese Olivier Roy nel luglio 2011, il processo rivoluzionario che chiedeva democrazia e buon governo era da considerarsi un processo ormai irreversibile. E così è stato e continua ad essere. Ciò che appare evidente oggi, a distanza di due anni dal suo emergere, è che la Primavera araba, fortemente caratterizzata dalla presenza in prima linea di giovani e donne, non è solo un processo di trasformazione di regimi autoritari in governi democratici, in grado di garantire i diritti civili e politici ai loro cittadini, è soprattutto la ricerca di una nuova dimensione dell’Islam. Una trasformazione nella rivoluzione. Un’accelerazione di quel processo di confronto, fino a pochi mesi fa solo teorico, tra Islam e democrazia. Laddove i partiti islamici hanno assunto funzioni di governo, come avvenuto in Tunisia e in Egitto, si sono creati veri e propri banchi di prova: qui i governi a guida islamica sono costretti a confrontarsi con il concetto di democrazia, e non solo; chi oggi è al governo deve coniugare i propri principi e precetti con la governance, ovvero confrontarsi con l’economia di mercato, con le dinamiche socio-economiche, con la crescente disoccupazione (nel mondo arabo la disoccupazione giovanile è al 26,2%, Report ILO 2012). Come sottolineato recentemente dallo scrittore egiziano Alaa Al-Aswany oggi l’Islam è chiamato a rinnovarsi e non può che partire dal principio di democrazia e da quello di rispetto dei diritti umani per tornare ad essere ciò che è stato in passato: faro di conoscenza e ispiratore di valori umani e sociali.

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