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Primo Maggio, urliamo uniti contro lo sfruttamento

Primo Maggio, urliamo uniti contro lo sfruttamento
di Gennaro Avallone

Torna il Primo Maggio. Torna il giorno del lavoro. I tentativi volti a depoliticizzare questa giornata, in primis il cosiddetto Concertone organizzato a Roma da Cisl, Cgil e Uil, che vuole annullare il significato conflittuale del Primo Maggio per consegnarlo ad uno spettacolo tra l’altro ormai logorato dal passare del tempo, non sono riusciti totalmente nel loro intento.

Gennaro Avallone

Gennaro Avallone

Nonostante tutto, il Primo Maggio permette di rimettere all’ordine del giorno le condizioni in cui sempre più il lavoro si svolge: le condizioni della precarietà, della flessibilità a senso unico, delle occupazioni malpagate e povere, della disoccupazione cronica, dei lavori non pagati, del falso volontariato, del lavoro autonomo impoverito. E rimette all’ordine del giorno anche l’attuale composizione del lavoro vivo. La quale è fatta di una molteplicità di figure, dagli avvocati impoveriti ai riders delle pronte consegne, dai braccianti sempre più di origine straniera che garantiscono il Made in Italy (dalla mozzarella al pomodoro) ai lavoratori ed alle lavoratrici delle piattaforme, dalle commesse a 500 euro al mese al personale delle pulizie che in tante amministrazioni pubbliche non supera i 450 euro al mese, dalle ambulanti e gli ambulanti a quanti lavorano nei call center, da chi svolge il lavoro domestico senza retribuzione alle cosiddette badanti migranti che a molti italiani piacciono solo se disponibili 24 ore al giorno. Fino alle studentesse e agli studenti delle superiori socializzati alla banalizzazione e alla miseria del lavoro proposta dalla cosiddetta alternanza scuola-lavoro.

Lavoro vivo, forza lavoro produttiva della ricchezza sociale ma anche di profitti sempre più alti garantiti dai ricatti, dalle sopraffazioni, dalle minacce a cui il lavoro, troppo spesso, viene sottoposto. Dentro la trasformazione dei rapporti tra imprese e lavoro negli ultimi 25 anni è anche questo ciò che si è determinato: l’incremento e la diffusione di relazioni fondate sulla paura, sul ricatto sottile o esplicito, sulla minaccia. Quel ricatto che porta a lavorare anche nei giorni festivi, che porta ad accettare straordinari non pagati, che porta a condizioni diffuse di lavoro grigio, per cui, come strutturalmente accade in agricoltura, tante giornate e ore di lavoro non vengono ufficialmente registrate.

L’attacco al potere del lavoro è stato forte nel mondo, in Occidente in modo particolare. Questo si è verificato anche in Italia, non solo attraverso le leggi (dal pacchetto Treu al Jobs act) ma anche mediante la ritirata sindacale, l’affermazione della concorrenza a detrimento della solidarietà, la costruzione di un’ideologia che ha messo al centro della società l’impresa, facendo finta che sia quest’ultima a produrre ricchezza quando invece è il lavoro la fonte della ricchezza insieme al resto della cooperazione sociale, del lavoro non retribuito (come quello domestico e di cura) e dei rapporti socio-ecologici.

Questo attacco non è mai stato privo di resistenze. Anzi. Le resistenze sono state continue. E quest’anno hanno l’ambizione di manifestarsi in varie città italiane. Accadrà anche a Salerno. Un corteo dalle 9.30 da Piazza ferrovia attraverserà il centro della città, per ristabilire una verità: le città, la ricchezza sociale, la produzione sono il risultato della cooperazione sociale, e non dell’iniziativa di singoli uomini al comando, che siano imprenditori o sindaci, e per questo la cooperazione sociale, cioè l’insieme dei produttori, deve essere adeguatamente riconosciuto e remunerato. Iniziando a sostenere politiche di redistribuzione della ricchezza e di tutela del lavoro, contro lo sfruttamento.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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