Pronta la terza svolta di Salerno

Pronta la terza svolta di Salerno
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi
di Andrea Manzi

Salerno riprova a costruire la terza svolta.
Da qualche mese, cittadini e gruppi, peraltro sempre più folti, si confrontano per provare a ripartire. Le riunioni sono ancora domestiche. Affacciarsi sulla città divenuta aspra, silente e torbida, dopo vent’anni di saldo regime (edil)personalistico, è un cimento che induce a prudenze di vario tipo. Sgomberiamo il campo da qualche equivoco. Si potrebbe scambiare la riapertura della fucina democratica per una pressione al ribasso, come a dire alla città: “Garantiamoci da soli e, con le prossime elezioni, diamo inizio a un’azione amministrativa saggia, con un programma di piccole, indispensabili cose da attuare, dopo l’ultima pietosa pagina di un regime che si va consumando nei suoi ultimi riti fescennini.” No, sarebbe a dir poco depistante questa interpretazione, perché l’intento di quanti stanno faticosamente tessendo la rete democratica è “di cambiare mediante riavvicinamento”, direbbe Ulrick Beck, il teorico di quella seconda modernità necessaria, oggi più che mai, a Salerno, in Europa e nel mondo. Seconda modernità non significa nuova periodizzazione storica, ma atto di coraggio nel tracciare una distinzione tra continuità e frattura: mantenere, cioè, i diritti naturali inalterati e costanti, considerare invece caduche e demodé le differenze ideologiche e agire di conseguenza. Questo vale a Salerno, a Berlino e a Londra, città nelle quali la prima modernità era quella delle società capitalistiche del reddito e specularmente delle società del lavoro e della piena occupazione (quando gli Stati e gli enti spendevano a sbafo, come irrefrenabili sceicchi). La seconda modernità è l’altra del capitale finanziario (e spesso virtuale), e fa appello alle idee-guida che gli Stati spesso rintuzzano. In questo scenario le città e le nazioni devono riavvicinarsi, approssimare le loro anime e cooperare istituzionalmente per non finire nell’abisso della non-storia. Le cose vanno male? Usciamo dall’Europa, si sente dire. No, occorre più giustizia nell’Europa dei popoli, per rendere naturali e fluidi i percorsi della storia, come avvenne per l’unificazione delle due Germanie e per l’integrazione piena di Spagna e Portogallo.
Le città europee sono attraversate da grandi paure, che prendono d’infilata tutti i Paesi, soprattutto quelli con il cappio della crisi al collo, perché le cronache che li nutrono non sono più locali ma planetarie. E sentiamo, da cittadini, a Salerno come ad Atene, l’offesa che i paesi debitori subiscono con le imposizioni comunitarie. Sulla pelle, le sentiamo. Con umiliazione e, talvolta, con rabbia. La politica è una, però. Non esiste, di essa, una dimensione locale e un’altra globale, evoluta con modalità eterodosse. La speranza dei giovani, pertanto, non può essere soffocata, a Salerno come a Madrid, dalla preliminare attenzione per il salvataggio delle banche. Gli indignati si somigliano tutti e soffrono sull’identico territorio di confine, che è diventato il suolo europeo, schiacciato tra le superpotenze declinanti ed emergenti.
La politica per il nostro mondo post-moderno deve prendere atto del ridimensionamento delle sovranità, della progettualità de-territorializzata, del dialogo liquido tra concorrenti e contraenti. Va da sé che bisogna inventarla, una politica, per il tempo presente, ridisegnare prospettive glocal che non neghino in principio una decrescita (eco)sostenibile, in grado di razionalizzare i consumi, una politica che indichi responsabili stili di vita, più umani e realistici, e si proponga di salvare l’uomo e l’ambiente, tutelare quel che rimane del verde, dell’aria e dell’acqua.
I gruppi che da qualche mese si confrontano a Salerno e a breve incontreranno la città sono accomunati dalla drammatica consapevolezza che le fantasie onnipotenti non siano più il terreno di coltura dello stare insieme. Anzi tali fantasie preannunciano la voragine nella quale rischia di sprofondare la nostra libertà di cittadini e di contribuenti. Le decisioni devono maturare, invece, da un confronto ri-fondativo delle ragioni ultime, quindi “di base”, della convivenza. È una riflessione che vive sottotraccia nella città sfregiata dal cemento, offesa dai costruttori ai quali il palazzo ha affidato la bussola del futuro e nella quale la spasmodica resistenza di un potere ormai morto (De Luca e Bassolino, l’altra sera, sono apparsi come un’evocazione dell’esoterista John Dee) fa desiderare sempre di più un nuovo illuminismo. L’obiettivo è di far interagire tradizioni culturali diverse per preparare una stagione in cui sarà possibile vivere in una matura e sobria pluralità.

I Confronti / Le Cronache del Salernitano

redazioneIconfronti

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