Pronti per il banchetto della nostra salvezza

Pronti per il banchetto della nostra salvezza
di Michele Santangelo

maestroQuando si parla di banchetto, il pensiero va subito oltre il semplice pranzo destinato a soddisfare l’elementare bisogno di alimentazione del corpo, per andare ad indicare un pranzo importante, in se stesso ricco di pietanze, preparato senza risparmio e con un numero considerevole di invitati. Nella liturgia della parola di questa XXVIII domenica del tempo ordinario, il tema centrale è proprio quello del banchetto, naturalmente arricchito della dimensione biblica che va ben al di là  del significato che comunemente viene attribuito al termine anche nel linguaggio contemporaneo. Esso viene introdotto già nel primo brano, tratto dal profeta Isaia, dove si parla del “Signore degli eserciti”- epiteto che non allude ad un significato bellicoso, ma viene usato per indicare il dominio universale di Dio – tanto è vero che, a dispetto del titolo, preparerà sul monte Sion un banchetto  ricco e abbondante, offerto a tutti, segno della regalità di Dio che non conosce limiti. Su questo monte tutti i popoli accedono alla salvezza definitiva entrando in comunione con Dio, a imitazione e per mediazione di Israele,  che in questo modo adempie al compito per cui è stato eletto, elezione siglata tramite l’alleanza. Ma, al di là del banchetto, il vero dono che Dio fa sul monte Sion è la manifestazione di se stesso alle genti, l’esperienza della sua presenza. L’effetto della piena comunione con il Signore, simboleggiata dal banchetto, sarà un cambiamento definitivo e reale nella condizione umana che si concretizzerà nella distruzione di tutti gli elementi negativi, come il dolore, il male, la sofferenza e perfino la morte: “Eliminerà la morte per sempre; Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto”. La ricchezza delle esperienze e dei valori umani e religiosi legati al simbolismo del banchetto si chiarisce ancor più attraverso la seconda lettura tratta dal vangelo di Matteo. A prima vista, il contesto della parabola non sembra contemplare una situazione propriamente così pacifica e di festa, tra invitati che rifiutano di partecipare al banchetto, altri che adducono mille pretesti, altri ancora che scaricano sui servi inviati dal padrone la propria cattiveria insultandoli e uccidendoli. La libertà degli invitati si evolve in negativo: dall’indifferenza di alcuni, passando attraverso la pretestuosità, si arriva alla più gratuita violenza. È successo nella storia della chiesa, purtroppo succede ancora oggi. Per questo, a fronte della indegnità conclamata degli invitati selezionati, al padrone non rimane altra scelta che raccogliere dovunque ogni tipo di persone e così la sala si riempie di commensali. Riemerge anche in questa situazione il carattere dell’universalità della chiamata alla salvezza. Questa è un dono per tutti. Nessuno è tagliato fuori, sia egli buono o cattivo. Una la conditio sine qua non: l’accettazione dell’invito e  il rispetto delle condizioni per la partecipazione. Detto questo, bisogna pur osservare che il tono della parabola non è proprio idilliaco, semmai il tono è drammatico o addirittura violento. Prima la violenza degli invitati contro i servi del padrone, poi la violenza del re contro la loro condotta irresponsabile, poi la severa reazione del re contro colui che si era presentato al banchetto senza  il vestito adatto alla solennità dell’evento. E allora? Dove sono finite la munificenza e la misericordia dimostrate nell’estendere a tutti il suo invito? La premura annunciata da Isaia nella prima lettura, dove viene presentato il Signore che con un atto di paterna tenerezza è pronto ad asciugare ogni lacrima sul volto del suo popolo è sempre presente e attiva. La speranza che si è accesa nell’animo non delude perché la garanzia di essa risiede sulla promessa di Dio che è fedele per sempre. Ma per partecipare ad un banchetto occorre stare bene, essere presenti a se stessi, accogliere l’invito e farlo proprio. Convenire insieme attorno alla mensa e condividere il pasto impongono una presenza, un esserci. Credere in questa presenza spinge ciascuno a prendere posto e nei modi dovuti. Inoltre non si può prescindere dal fatto che le letture considerate sono inserite in un contesto che è la prova più evidente della divina misericordia: il sacrificio eucaristico che è memoria e riproposizione nel mistero della morte e risurrezione del Figlio di Dio, evento voluto dal Padre proprio per assicurare a tutti la presenza al banchetto finale, quello della salvezza.

redazioneIconfronti