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Proposta Cirielli1 / Non la nuova regione ma una vera classe dirigente

Proposta Cirielli1 / Non la nuova regione ma una vera classe dirigente
di Gigi Casciello

L’ultima idea di uno sviluppo sovraterritoriale, al di lĂ  dei confini provinciali e fuori dalla polemica tra sviluppo delle aree interne e zone costiere, è degli anni Novanta. E porta la firma dell’allora ministro delle Aree Urbane, il socialista Carmelo Conte. Erano gli anni della contrapposizione, tutta sull’asse Avellino-Benevento-Salerno, perchĂ© a Roma invece erano i giorni del Caf (Craxi-Andreoitti-Forlani), tra i socialisti di Conte ed i democristiani di De Mita.
Eppure quelli furono anche gli ultimi giorni di progettualitĂ  contrapposte, di proposizioni alternative al progetto di Neonapoli di Cirino Pomicino, perchĂ© in fondo il problema era sempre lo stesso: far uscire dalla marginalitĂ  le province campane rispetto alla Napoli onnivora, piegata dall’assedio camorristico, dalla politica plebea e da emergenze improbabili in qualsiasi altra ex capitale europea, come invece era accaduto a metĂ  degli anni Settanta con il colera e poi con la ricostruzione post-terremoto dell”80 che fece persino piĂą danni del sisma.
Nacque così il progetto di Salerno-area metropolitana con a sud lo sviluppo ambientale e turistico con il Parco del Cilento, a recupero di un rapporto sfilacciato con la nord Lucania ed il Vallo di Diano, ed a nord con Avellino e Benevento. L’idea si basava innanzitutto su una sinergia di conoscenze e non a caso al centro c’era l’UniversitĂ  costruita nella Valle dell’Irno, dalla cui gemmazione nacque l’Ateneo di Benevento e poi il Parco Scientifico e Tecnologico con l’iniziale partecipazione delle amministrazioni provinciali di Salerno, Avellino e Benevento.
Insomma, il problema non era la legittimazione di una proposta attraverso un nuovo percorso istituzionale, come oggi con la proposta del presidente della Provincia di Salerno Edmondo Cirielli (nella foto con il presidente della regione Stefano Caldoro), ma l’affermazione di una classe dirigente attraverso l’autorevolezza della proposta.
Un’altra politica, un’altra Italia. Adesso il problema è rovesciato: c’è una classe politica che per essere anche dirigente ha bisogno di affermare un’autoritĂ  attraverso una funzione istituzionale che teme di perdere con l’eliminazione delle Province e comunque con i consigli provinciali eletti dai consigli comunali.
Ma questi sono anche tempi in cui val la pena considerare i particolari e con una politica asfittica ed incapace di elaborare proposte, quella avanzata di nuovo da Edmondo Cirielli, con l’ipotesi di nuova Regione con le province di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta, che assolverebbe a funzioni istituzionali a costo zero con la contemporanea eliminazione delle amministrazioni provinciali, merita comunque qualche considerazione.
La prima genera subito un’obiezione: l’istituzione di una nuova Regione non può essere motivata con la sola necessitĂ  di limitare il napolicentrismo dimenticando omogeneitĂ  culturali e piegando persino la storia ad improbabili nuovi processi identitari, come fa Cirielli ricorrendo e proponendo un improbabille Principato d’Arechi.
Cirielli, pur non affermando alcuna novitĂ , coglie comunque un disagio vero nel rapporto non equanime tra Napoli e le altre province campane che finisce per penalizzare i territori al di lĂ  dell’area partenopea. Il vero problema piĂą che di riassetto territoriale ed istituzionale riguarda però la capacitĂ  di rappresentanza della classe politica locale e l’idiosincrasia sempre piĂą evidente di fare squadra. Per dirla in maniera chiara: possibile che Cirielli ed il sindaco di Salerno De Luca, pur rivendicando entrambi la centralitĂ  e la diversitĂ  salernitana, non abbiano avvertito l’esigenza ed il dovere di fare fronte comune, con la richiesta di un tavolo romano al quale far sedere Governo, Confindustria e sindacati, per l’emergenza devastante, occupazionale ed imprenditoriale, provocata dai fallimenti Alvi, Despoar e Pastificio Amato: si siano trovati sempre su fronti opposti per il mancato avvia della metropolitana di Salerno, dell’aeroporto di Pontecagnano (vera ed inutile fonte di sprechi) per un piano che salvi il Cstp, il consorzio locale di trasporti?
E adesso perchĂ© mai la soluzione sarebbe nell’istituzione di una nuova Regione che provocherebbe al massimo un processo di ulteriore isolamento delle aree interne della Campania. Ancor di piĂą in tempi di crisi, di fine dei finanziamenti europei e di evidente inadeguatezza della rappresentanza politica.
Il percorso da fare è piuttosto un altro e porta alla formazione di una nuova classe dirigente. E che piaccia o meno rischia di non riguardare le attuali nomenclature dei partiti, nelle loro organizzazioni nazionali o provinciali. Soffia già un vento diverso, magari nemmeno nuovissimo ma inarrestabile.

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Commenti (1)

  • FRANCO MATTEO

    Caro Gigi, il particolarismo e lo strumentalismo sono malattie difficili da debellare nella politica nazionale. Ancora di piĂą quando riguardano il governo dei territori. La legge di riforma delle autonomie locali che ha di fatto abolito la democrazia assembleare e ha creato dei piccoli podestĂ  ha completato l’opera. L’idea di una Regione Napoli-esente non mi pare cattiva, ma è in qualche misura automatica se si arriva, come si dice da tempo e come è sacrosanto, a una amministrazione autonoma per le grandi aree metropolitane, fermo restando che l’idea di area metropolitana o di comprensorio, a mio modesto avviso, andrebbe estesa a tutta l’organizzazione territoriale nazionale. Una delle tragedie (soprattutto nel Sud) è infatti che il sindaco di tale paese non sia neanche al corrente di quello che fa il sindaco del paese adiacente (ammesso che facciano entrambi qualcosa). Salerno ha mai ragionato insieme a Pontecagnano, Baronissi, Cava o Battipaglia? Qui siamo a un’idea di territorio microfeudale. Per quanto riguarda il problema della qualitĂ  della classe politica che tu giustamente sollevi (ma non incolperei in particolare Cirielli perchĂ© il problema è generale), devo dire che la semplice osservazione di certi volti sui manifesti delle campagne elettorali o anche dietro i banchi delle assemblee comunali, mi sollecita riflessioni lombrosiane. E non c’è bisogno di aggiungere altro.

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