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“Pubblico” chiude, Telese fa il mea culpa e i redattori insorgono

“Pubblico” chiude, Telese fa il mea culpa e i redattori insorgono

Ultimo giorno di vita per “Pubblico”, il quotidiano fondato da Luca Telese. Ad appena tre mesi dalla sua nascita, il giornale chiude i battenti e lascia senza lavoro circa trenta persone tra giornalisti e poligrafici.
«Non ce l’abbiamo fatta, abbiamo perso» – scrive semplicemente Luca Telese sul giornale in edicola oggi, che poi tenta di analizzare, in un editoriale, le cause della “sconfitta”.
«I numeri dei nostri conti – scrive – ci dicono che abbiamo bruciato le nostre riserve economiche di partenza. Senza un nuovo finanziatore non possiamo andare avanti… Questo giornale anche domani potrebbe riaprire, riaccendendo i suoi motori, se si presentasse un finanziatore, così come si può manifestare, in una favola a lieto fine, un principe azzurro. Sarebbe bellissimo, e anche con un filo di speranza firmerò questo mio pezzo con la mia mail. Ma oggi Pubblico deve sospendere le sue pubblicazioni per via di una legge implacabile a cui ci siamo sottomessi quando abbiamo acceso le rotative: quella del mercato. Avevamo raccontato – scrive Telese – che ci saremmo retti solo sui ricavati che derivavano dall’edicola, e sapevamo che il nostro punto di pareggio per coprire tutte le spese era fissato fin dall’inizio a 9.600 copie».
9.600 copie che strada facendo, con una politica di riduzione di costi e tagli sono diventate 8.200, contro le circa 4.000 vendute quotidianamente.
«In questo momento – ha scritto Telese – sono addolorato come se una delle persone che ho più care stesse male: vivevo questo giornale come se fosse figlio di una lunga gavetta». Nel lungo editoriale, Telese precisa ancora una volta la scelta precisa che fu fatta al momento della creazione del giornale: zero finanziamenti pubblici… «Se avessimo due milioni e mezzo di euro di contributi, cifre che per la stampa di partito sono congrue e non infrequenti, con la nostra tiratura saremmo in attivo e distribuiremmo dividendi».
«Pubblico – conclude Telese – è stato un quotidiano diverso. Le sconfitte non passano indifferenti, le sconfitte ti illuminano di una luce fredda che mette i brividi. Mi resta in testa un verso di Pietro Ingrao su cui da vent’anni mi lambicco: “L’indicibile dei vinti / Il dubbio dei vincitori”. Oggi parla anche di me».
Dura la reazione alla notizia della chiusura del quotidiano da parte dei giornalisti che, con una lettera, “Cronaca di un giornalicidio”, pubblicata sul sito di “Pubblico” dicono la loro su quanto accaduto. Difficile, leggendo il testo, non pensare a una frattura insanabile tra il corpo redazionale e la direzione.
«La breve vita di Pubblico – scrivono i giornalisti – non è solo la vicenda di un quotidiano che non ha avuto la fortuna sperata nelle edicole, ma è soprattutto la storia di un disastro imprenditoriale».
A meno di clamorosi dietrofront, quella in edicola oggi sarà l’ultima copia del giornale fondato tre mesi fa da Luca Telese con una costola del Fatto Quotidiano. Il quotidiano, stando a quanto dichiarato dagli stessi redattori nella nota, era riuscito a guadagnare 4000 lettori circa al giorno; «la metà di quello che serve per stare nei conti».
Nella nota pubblicata sul sito, i giornalisti parlano di “non-azienda” «che non ha saputo sostenere il prodotto, che ha assistito all’erosione del capitale (appena 748mila euro) e che pur non avendo nemmeno un euro di debiti precipitosamente decide di chiudere baracca e burattini. Il direttore del giornale – scrivono i redattori – è tra i principali fondatori e promotori di questa azienda, così come l’amministratore delegato. Eppure né l’uno né l’altro hanno saputo arginare le scelte strategiche che hanno portato al disastro». E poi via, con un elenco di tutti i fattori che – a detta dei giornalisti – hanno determinato la situazione attuale: «Primo, il capitale sociale esangue, che non poteva certo reggere ad una programmazione economica di almeno sei mesi. Secondo, il prezzo di copertina iniziale ad un euro e mezzo, evidentemente troppo alto all’epoca della “grande crisi”. Terzo, la totale assenza di una campagna pubblicitaria che facesse conoscere il giornale ai lettori, nell’ingenua convinzione che ai tempi di internet e di twitter bastasse il tam-tam digitale per farsi strada. Quarto, la totale mancanza di un “piano B” nel caso in cui le cose fossero andate male. Qualche tentativo di correggere la rotta, appena s è visto che i conti – evidentemente – non tornavano? No».
La lettera aperta dei redattori di Pubblico si chiude con qualche riga che suona come un accorato appello a chi, editore, potesse essere interessato alle sorti del giornale: «Ancora adesso, a poche ore dalla sospensione delle pubblicazioni, pensiamo che un editore interessato ad un giornale che sappia raccontare l’alto e il basso, il volto politico e quello sociale della prossima campagna elettorale, ci possa essere. Non siamo un giornale indebitato fino al collo. Non siamo una macchina succhia-soldi. Ci siamo gettati con slancio in questa impresa e riprenderemmo a farlo se ci fossero le condizioni. Perché noi, i giornalisti di Pubblico, la nostra parte l’abbiamo fatta. Nonostante chi oggi ha deciso di chiuderci».

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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