Quale sindacato per la società in crisi? Ecco alcune idee progettuali

Quale sindacato per la società in crisi? Ecco alcune idee progettuali

Un nuovo corso per il sindacato?

Sarà possibile ipotizzarlo?

Ospitiamo questo denso scritto di Pietro Ravallese

e apriamo con esso un dibattito sul tema

 sperando di poter raccogliere tesi e proposte.

di Pietro Ravallese

ravalleseL’associazione Enrico Melchionda ha avuto il merito di promuovere a Salerno un momento di confronto su un tema essenziale per il futuro di un paese, il nostro, che rischia di voler fare a meno dei corpi sociali intermedi.

La crisi del sindacato, questo il tema, che fa il paio con la crisi dei partiti e più complessivamente la crisi dell’intero bel paese.

Il sindacato è quel malato che non può permettersi solo diagnosi, c’è necessità di terapie, di prospettive, di strade nuove da intraprendere.

Se ci si ferma alle analisi tra meno di un decennio avremo perso un baluardo importante della democrazia rappresentativa.

È sempre più difficile fare questo mestiere in un contesto dove da un lato si erode sempre più la funzione sociale delle imprese e dall’altro il luogo di lavoro non esprime più una comunità.

 

1)    La marginalizzazione del sindacato è specchio dell’individualismo che caratterizza le nostre società.

L’orizzonte del bene comune, che passa attraverso gli avamposti dell’intera società quali sono i luoghi di lavoro, è scomparso dalla coscienza collettiva. È come se all’improvviso gli avamposti della famiglia e della scuola perdessero la forza di agenzie educativa nell’immaginario e nella coscienza delle persone.

Il luogo di lavoro è divenuto solo un luogo di produzione perdendo uno spessore identitario e comunitario.

Per parlare della crisi del sindacato bisogna partire da qui e per uscirne bisogna ricominciare dalle coscienze, dalla coesione sociale prima che dei diritti e delle tutele.

 

2)    Il sindacato deve mettersi davanti di nuovo un’idea di paese e di giustizia sociale. Occorre valutare l’orizzonte di un lungo periodo e non solo la contestualità degli accordi. Occorre chiedersi negoziato per negoziato dove stiamo andando? Quale visione complessiva abbiamo? Il sindacato è parte sociale oltre che agente contrattuale? Se si deve abbandonare la logica della rimessa ma costruire una proposta sociale ed a questa coerentemente legare le proprie scelte contrattuali.

Se manca questo orizzonte della proposta il sindacato verrà lavorato ai fianchi, ed è naturale che ogni difesa sarà spacciata per una vittoria, ed ogni accordo come una possibile mediazione. Intanto però il rischio è che avanzi un’idea di società e di economia pensata altrove ed il sindacato non sarà più costruttore del futuro ma notaio del presente.

Per uscire fuori dalla stretta occorre mettere sul tavolo una piattaforma sociale prima che negoziale, per fare questo occorre ricostruire l’unitarietà delle forze sindacali non come un opportunismo ma come la volontà di imporre il peso degli interessi dei lavoratori , dei poveri, dei pensionati, dei giovani precari e degli stranieri come elemento discriminante per poter scegliere da che parte andare.

 

3)    È capace il sindacato di ritrovare l’unità intorno a questo orizzonte?

Secondo me risulterà molto difficile dopo quanto accaduto in questi ultimi anni.

Anche il sindacato, questa volta inteso come singole organizzazioni e non come movimento,  come i partiti sta pensando più alla propria autoconservazione che alla strada da intraprendere ed alle zavorre da abbandonare.

 

4)    Altro tema è capire se questa crisi economica nella quale si inserisce quella sindacale ha un fondamento oggettivo, ed aggiungo astratto, o soggettivo e specifico.

Nel primo caso troveremo le cause nei mercati, nella globalizzazione, nei modelli di relazioni industriali e giustificheremo le conseguenze (perdita di diritti, di tutele e di reddito) come ineluttabilità.

Nel secondo caso parleremo del trasferimento registrato in questi anni di miliardi di euro dal lavoro al capitale come il frutto di scelte soggettive, di poche oligarchie che hanno nomi e cognomi, di persone ottuagenarie che siedono nei consigli di amministrazione, di capi sindacali e politici, di quella troika che non siede solo a Bruxelles.

Nel primo caso penseremo che i ricchi diventano sempre più ricchi per cause incontrollabili nel secondo caso sapremo fare esempi concreti di come e quando si trasferisce la ricchezza dal lavoro al capitale?

Avremo l’esempio di un miliardo e passa che Intesa Sanpaolo distribuirà agli azionisti piuttosto che dividerlo equamente tra territorio ed azienda sotto forme di investimenti, innovazione ed occupazione,   tra  i lavoratori sotto forma di partecipazione agli utili, oltre che tra gli azionisti sotto forma di dividendi. Avremo l’esempio di ccnl cancellati e di contratti aziendali on demand, cioè secondo i bisogni momentanei delle aziende. Avremo l’esempio di una stagionalizzazione del mondo del lavoro per cui davanti a picchi di produzione si fanno più turni, più straordinari ma si lasciano a casa i cassi integrati. Avremo l’esempio dello smantellamento nei contratti delle aree contrattuali consentendo alle cooperative di lavorare sugli impianti con meno tutele e meno stipendi. Avremo l’esempio di qualche centinaia di manager multimilionari nel settore del credito la cui riduzione di stipendio del 30% andrebbe a coprire larga parte dell’aumento contrattuale di 300.000 bancari.

Queste sono alcune delle tantissime cause che giorno per giorno determinano da un lato un sindacato sempre più residuale ed una disuguaglianza sempre più galoppante nel paese.

Queste cose non capitano perché il mercato le ha causato astrattamente o oggettivamente ma perché soggetti, persone, cda, parlamentari, sindacalisti le hanno voluto o al più subito.

Invertire la rotta è possibile. Non è necessario sperare in un cambiamento della globalizzazione ma nell’inaugurazione di altre politiche industriali e di altre relazioni industriali.

Queste sono nostre responsabilità non dei mercati finanziari. Sono cause soggettive e non oggettive.

 

5)    Dobbiamo smetterla col mantra di una produttività che non può essere indefinita e sostituirlo con quello di una redistribuzione della ricchezza necessaria.

Il sindacato per andare fuori dalla crisi deve smarcarsi da questo mantra e recitarne un altro, unitariamente, che è quello della redistribuzione della ricchezza. Per fare questo occorre rafforzare il pilastro della partecipazione dei lavoratori specie nella forma della partecipazione alla governance ed agli utili. Questa è la vera riforma che un governo moderno dovrebbe proporre.

6)    Altro tema da considerare parlando della crisi del sindacato è quello della selezione della propria classe dirigente e della sua formazione. La complessità del momento attuale abbisogna di un colpo di reni sia in termini di motivazioni che di coerenza rispetto al ruolo che la stessa etimologia assegna al sindacato.

Vale a dire stare insieme con giustizia (syn dike in greco) ovvero propugnare insieme un ideale di giustizia contro forme di oppressione e di sfruttamento. La domanda è come e perché si sta insieme? Qui mi viene in mente la provocazione di Papa Francesco rispetto ai parroci quando dice “ non siate amministratori e burocrati del sacro”. Vale per tutti, vale per tutti coloro che hanno fatto delle scelte non per convenienze ma per passione.

 

7)    Il sindacato si rinnoverà anche se porrà un baluardo rispetto alle derive personalistiche di cui oggi soffrono tutte le parti sociali che da un alto esaltano la partecipazione e la democrazia e dall’altro sono prigionieri  di un leaderismo che risulta incapace di favorire un genuino confronto e di alimentare il dinamismo delle scelte come reale sintesi di diverse valutazioni.

Pensare di voler fare a meno di una parte sociale così importante è come dire che si possa fare a meno della famiglia o dei genitori. Non si può. Ma come in una famiglia anche il sindacato abbisogno di nuove regole che lo cambino da dentro e non semplicemente facendo un vernissage.

 

8)    Il sindacato come qualsiasi altra struttura organizzativa ha costi, sede, spese, viaggi, funzionari, dipendenti, servizi offerti e così via. Il tutto per miliardi di euro di contributi e di spese. Tra le esigenze che si registrano ed i soldi che girano ci vogliono regole chiare e precise, non basta un bilancio e nemmeno la pubblicazione, la responsabilità sociale riferita alla gestione economica non può essere implicita nella mission sindacale , servono un codice di autoregolamentazione ed un bilancio etico su cui le organizzazioni a tutti i livelli costruiscono la loro legittimità.

Infine chi rappresenta oggi il sindacato? La risposta è soprattutto lavoratori, italiani e pensionati. Occorre aria nuova, ma realmente e non solo per dare una spruzzata di formaggio sul piatto di maccheroni.

 

9)    Bisogna che giovani, stranieri e poveri siano soggetti che il sindacato rappresenti al di là dell’iscrizione.

Un’esempio?  Al di là delle leggi oggi un precario vede l’iscrizione al sindacato come l’adesione di un fan di un cantante ad un club. La differenza la fa il livello di rivendicazione e non la poesia dello stare insieme. Allora nei contratti occorre scrivere regole chiare per i giovani assunti a tempo determinato in maniera da avere la consapevolezza da parte loro che quel periodo di lavoro può essere un investimento per il futuro o solo semplicemente una risposta di liquidità per il presente. Bisogna sapere se quell’assunzione a tempo determinato determina o meno l’ingresso dello stesso in un bacino di assumibilità a tempo indeterminato per quando si faranno in quella azienda assunzioni stabili.

Se si vogliono rappresentare i giovani bisogna, oltre le leggi, fare la propria parte a livello negoziale. La scommessa è quella di fare in modo che chi mette piede in un’azienda deve avere la pretesa di restarvi maturando una prelazione rispetto a future assunzioni entro un certo tempo dato.

Per superare le crisi non servono parole ma cammini concreti. Questi sono solo alcuni che il sindacato dovrebbe intraprendere.

 

redazioneIconfronti

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