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Quando i giornalisti vanno alla guerra…

Quando i giornalisti vanno alla guerra…
di Leonardo Guzzo

Azzardo e vocazione: bastano due parole ad esprimere l’essenza del giornalismo di guerra, il mestiere più affascinante e rischioso tra quelli legati al mondo dell’informazione. Una prova di audacia storia lunga più di due secoli, che alterna eventi tragici a vicende memorabili.

In principio fu Henry Crabb Robinson, inviato del Times al seguito di Napoleone impegnato in una campagna militare contro la Prussia. Fosse dipeso da lui il mestiere di reporter di guerra non avrebbe avuto un gran futuro: senza mai avvicinarsi al fronte, costruì un racconto basato su testimonianze indirette, poco veritiero e poco avvincente. Si trattava di un difetto comune alle cronache di guerra dell’epoca, basate sulla rielaborazione di resoconti riportati dai campi di battaglia o recapitati ai giornali in forma di diari e lettere. A raccontare erano soldati o ufficiali, in tono spesso autocelebrativo, e i giornalisti, seduti comodamente alla loro scrivania, si limitavano a trasferire in bella copia.

A imprimere la svolta fu Billy Russell, autore della celeberrima cronaca di una battaglia tra la Brigata di cavalleria leggera dell’esercito inglese e le truppe russe durante la guerra di Crimea, pubblicata sul Times il 14 novembre 1854. Russell era davvero sul posto, assisté allo scontro e riferì in maniera comunque inequivocabile sulla dura sconfitta inglese. Sebbene la notizia non fosse propriamente “dell’ultima ora” (la battaglia si era svolta in realtà il 25 ottobre, ma gli ufficiali postali a cavallo avevano impiegato quasi un mese per recapitare il dispaccio di Russell a destinazione), l’articolo suscitò grande scalpore. La tiratura del Times raddoppiò e un autentico terremoto scosse il mondo politico inglese. Le corrispondenze di Russell denunciavano lo squallore della vita militare e le inefficienze dello stato maggiore inglese e provocarono la decapitazione dei vertici militari e una crisi di governo. Il risultato fu la censura: una legge del 1856 vietò la pubblicazione di ogni notizia “utile al nemico” e contrappose ai reporter di guerra il loro nemico più temibile.

In più di un secolo e mezzo di storia molto è cambiato e molto è rimasto uguale. Lo sviluppo tecnologico ha permesso la trasmissione istantanea delle notizie; d’altra parte le esigenze di segretezza e propaganda, mascherate dietro la formula della “ragion di Stato”, hanno provato a imporre al giornalismo di guerra un bavaglio più stretto a misura delle sue crescenti potenzialità. Il pendolo tra libertà e censura è oscillato ora da una parte ora dall’altra a seconda delle circostanze storiche e degli umori dell’opinione pubblica. Se nelle due guerre mondiali la cronaca dal fronte era incentrata sulla figura del giornalista embedded, incorporato nelle truppe, istruito e inquadrato dai comandi militari, durante la guerra del Vietnam prevalse il bisogno di verità, con ampi spazi di libertà concessi ai media. Nei casi più recenti (dalla guerra del Golfo del 1991 ai conflitti in Libia e in Siria) l’alto grado di organizzazione e l’apparente giustificazione “morale” dei conflitti ha favorito il ritorno a un circuito di informazione per lo più chiuso e controllato.

Quello del giornalista di guerra rimane un mestiere delicato, che richiede coraggio e abilità nell’affrontare condizioni di disagio estremo in nome del brivido elementare di essere i primi, e spesso gli unici, a raccontare la verità di eventi che verrebbero altrimenti taciuti o distorti dai canali dell’informazione “ufficiale”. La crescente complessità dei conflitti moderni e l’evoluzione della tecnica complica il lavoro del reporter: l’addestramento alla vita nei teatri di guerra, l’istruzione all’uso degli strumenti informatiche, l’educazione alla correttezza professionale sono ormai una necessità irrinunciabile, oggetto di corsi di formazione organizzati anche in Italia dalla Federazione nazionale della stampa.

Luigi barzini sr

Luigi barzini sr

Il nostro Paese, del resto, vanta una gloriosa tradizione nel campo del giornalismo di guerra. Già nel 1859 Carlo Righetti, direttore della rivista Uomo di pietra, aveva dettato una specie di codice deontologico del reporter, con tanto di stratagemmi per sfuggire alla censura. Agli inizi del Novecento, poi, si impose la figura di Luigi Barzini, inviato del Corriere della Sera, autore di memorabili reportage sulla guerra russo-giapponese del 1904-1905, sull’impresa libica dell’Italietta di Giolitti e sulla vita al fronte durante la prima guerra mondiale. Impavido pioniere, Barzini inventò uno stile nuovo, agile e immediato, tutto fatti, che fece scuola. La stessa aderenza ai fatti, unita all’acume e a uno stile avvincente, segnò la fortuna di Indro Montanelli, altro maestro del giornalismo italiano. Nel 1935 un reportage dal fronte etiopico ne consacrò l’ascesa; due anni più tardi un altro reportage dalla Spagna in preda alla guerra civile, in cui criticava le Brigate Internazionali al servizio del governo repubblicano (e in realtà della Russia sovietica) ma non si spendeva certo in elogi verso gli italiani schierati con Franco, gli costò la radiazione dall’albo dei giornalisti e l’esilio in Estonia. Anche qui, peraltro, l’istinto del cronista prese il sopravvento: allo scoppio della seconda guerra mondiale Montanelli raccontò da par suo la guerra russo-finnica e l’avanzata tedesca nell’area del Baltico, arrivando a trovarsi, in un incontro fugace e concitato, faccia a faccia con Hitler. Dopo trent’anni esatti, nel 1969, fu Oriana Fallaci a conquistare l’attenzione del mondo con “Niente e così sia”, la storia di un anno vissuto al fronte, inviata dell’Europeo in Vietnam, tra miserie, eroismi e sorprendenti episodi di umanità di una guerra definita senza mezzi termini “sanguinosa follia”.

Il resto è storia recente, e racconta del pesante tributo pagato dall’Italia alle insidie del giornalismo di guerra. Una lista di nomi, facce e storie di eroi sfortunati del diritto di cronaca e della libertà di informazione. A cominciare da Ilaria Alpi, giornalista della RAI assassinata a Mogadiscio il 20 marzo di 23 anni fa mentre indagava su un traffico d’armi e rifiuti tossici; per continuare con Maria Grazia Cutuli, inviata del Corriere della Sera uccisa nel 2001 in Afghanistan, e con Enzo Baldoni, rapito e ucciso in Iraq dall’Esercito Islamico nell’agosto del 2004. Senza dimenticare Raffaele Ciriello, il fotoreporter caduto nel 2002 in Palestina. Tutti uniti nel trasmettere una lezione di coraggio, lucida incoscienza, passione per l’uomo e le sue vicissitudini più estreme; tutti accomunati dal pregio di una vita spesa, a volte fino all’estremo sacrificio, per evitare che la verità – come lamentava un vecchio detto inglese – sia la prima vittima della guerra.

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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