Quando i paradossi diventano opere d’arte

Quando i paradossi diventano opere d’arte
di Luigi Zampoli

Schermata 2014-11-07 alle 02.08.16C’è una rinascita in Italia, c’è una luce che brilla e che proviene da qui, dalle nostre parti, da Napoli.
Il cinema italiano negli ultimi due anni, tra la miriade di commediole dimenticabili, ci ha regalato due gemme che ricorderemo a lungo, magari per sempre: i film dei partenopei Sorrentino e Martone, “La grande bellezza” ed “Il giovane favoloso”. Due titoli indovinati, a presa immediata sulle suggestioni collettive, che esprimono il senso di una magnificenza, di un qualcosa di talmente bello e unico da resistere all’abominevole contesto.
La Roma di Sorrentino è il palcoscenico unico di una grottesca galleria di personaggi della commedia umana, dove la bellezza sullo sfondo ammanta ed accompagna parole e gesta dei singoli, portatori di nomi, di meschinità, di qualità a lungo nascoste e tanto altro.
Martone ci racconta la piccola nobiltà pontificia, popolata di preti, letterati, ciarlatani: un mondo dalla morale farisaica messo alla berlina nei versi di un giovane poeta che tenta di divincolarsi da tutto e da tutti.
Scrivere di questa “simmetria” tra i film di Sorrentino e Martone può risolversi in un mero esercizio di stile e la cosa sarebbe di per sé non del tutto inutile, ma le assonanze tra le due opere, i significati rinvenibili, sono molteplici e sorprendenti.
01_Toni_Servillo_La_grande_bellezza_foto_di_Gianni_FioritoLa stretta connessione tra i vizi e le virtù, tra il buono ed il cattivo, l’”alto ed il “basso” è una presenza costante nelle due opere, come se non fosse possibile esaltare un dato aspetto, una personalità se non nel raffronto con il quadro in cui li si colloca. È la miseria eclatante di uomini e cose che ci permette di riconoscere lo splendore di altri uomini ed altre cose. Jep Gambardella cerca la sua redenzione dal suo vivere “ignobile” girovagando da consumato flaneur tra gli splendidi scorci della città eterna; il Leopardi di Martone, congedatosi dai suoi simili, porta a spasso, insieme, il suo animo esacerbato e la sua menomazione fisica, tra i vicoli maleodoranti e infestati dal colera della Napoli del 1837, per riconciliarsi in punto di morte con quella natura matrigna che gli regala un cielo stellato ed una compassionevole luna.
Noi qui in Italia siamo abituati alle grandi contraddizioni, riusciamo a far convivere tutte le espressioni dell’attività umana, aberrazioni e splendore, iperboli virtuose ed abissi dell’etica. Sorrentino e Martone, provenendo da una città che più di ogni altra esprime tutto questo, hanno saputo descriverlo, nel presente e nel passato, come meglio non si poteva.

redazioneIconfronti

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