Quando in politica la forma o il metodo valgono più della sostanza

Quando in politica la forma o il metodo valgono più della sostanza
di Angelo Giubileo

Aligi-Sassu-Prometeo-1970Si ha sempre l’impressione, quanto meno, che le cose non possano mai cambiare. E invece cambiano. Tomasi di Lampedusa, celebre autore de Il Gattopardo, scriveva che Se tutto deve rimanere com’è, è necessario che tutto cambi. Si tratta di un enunciato che esprime un semplice paradosso o piuttosto nasconde un significato più profondo che è solo più difficile analizzare e comprendere?

In relazione ad una situazione che non sembra offrire alcuna via d’uscita e quindi disperata, mi sovviene l’archetipo di Prometeo, presente nella Teogonia originaria di Esiodo. Prometeo viene incatenato alla rupe da Zeus a causa del furto del fuoco donato poi agli uomini. Il Titano potrebbe salvarsi, rivelando il segreto di cui è a conoscenza e che potrebbe condurre ad una mera disfatta di Zeus. Ma egli non acconsente e viene precipitato nell’abisso senza fondo: tuttavia, il segreto prevarrà su ogni cosa: dalla relazione tra Zeus e Teti nascerà un figlio capace di conquistare il trono del padre.

In politica, dovrebbe essere piuttosto raro, soprattutto ai tempi d’oggi, che una dinastia di politici succeda a se stessa. Questo può accadere attraverso un sistema di cooptazione, metodo certamente non democratico, in base al quale un organismo di potere e di rappresentanza provvede di per sè alla nomina dei nuovi incaricati. In Italia, un siffatto sistema di selezione della classe dirigente è in voga già da troppo tempo. Un esempio, che più ricorre nello spazio del dibattito politico, è dato dal porcellum, il famigerato sistema elettorale ideato da un esponente della Lega Nord il 21 dicembre 2005. In pratica, sono trascorsi otto anni.  

Il mito di Prometeo narra di numerosi figli che nel tempo succedono ai padri, per volere o contro il volere di questi. In tale ultima guisa, emerge l’altrettanto nota figura del parricidio. Nell’antichità greca, il più noto appartiene a Platone e fu consumato ai danni di Parmenide. Correndo il rischio di banalizzare, dirò che nella teoria del discorso platonico le parole assumeranno un significato relativo, che emerge dal dialogo; a differenza di quanto invece sostenuto dal filosofo di Elea in ordine al fatto che non è possibile che le cose, identificate dal linguaggio delle parole, escano dal niente e al niente facciano ritorno.

L’ho fatta forse un po’ lunga e magari anche un po’ complicata, ma vorrei solo aggiungere, per finire, che si sostiene ormai da più parti la necessità di rivalutare il confronto politico, potremmo anche dire la dialettica che emerge nello spazio politico del confronto tra le diverse parti. Parlare cioè di idee, proposte, iniziative, fatti concreti utili al governo e al bene di una comunità. Ebbene, non è un’utopia, prima o poi tutto questo accade. Dipende solo dalla forma, più che ancora dalla sostanza, con la quale i nuovi tempi maturano. Della nuova forma o metodo che prevarrà si potrà ancora dire, semplicemente, che sia democratico?

redazioneIconfronti

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