Lun. Ago 19th, 2019

I Confronti

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Quando la sinistra osteggiava Pasolini reo di dire la verità

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La critica della dittatura del neo capitalismo ritenuta dai marxisti esaltazione di una civiltà pre-moderna
di Andrea Manzi

Il difficile rapporto tra Pasolini e gli intellettuali di sinistra, evocato da Pasquale De Cristofaro nella sua recente provocazione per I Confronti a proposito della critica per certi versi profetica del poeta di Casarsa al potere ottuso del neo-capitalismo rampante, è la spia di un dissidio ancora attuale. Il forte legame tra l’uomo Pasolini e la sua opera è stato ed è messo tuttora in discussione da quanti ritengono prevalente la cifra del personaggio su quella dello scrittore e dell’artista. Un ritratto del tutto arbitrario, questo, con il quale si rappresenta l’autore de “Le ceneri di Gramsci”, bollandolo come “logorato già al momento del suo apparire”. “Ogni generazione finisce con l’avere il suo Werther. Adesso tocca a Pasolini”, scrisse Edoardo Sanguineti in occasione del venticinquesimo anniversario della morte del poeta friulano. “Ostico e indigesto” fu considerato Pasolini, ricorda De Cristofaro. In effetti, rileggendo Sanguineti, torna in scena un Pasolini con “una visione dilettantesca del cinema” per la sua propensione (evidentemente avvertita come indelebile macchia) a “prendere posizione contro tutto quello che era espressione del mondo tecnologicamente avanzato del progresso”. La critica del poeta al progresso massificante diventa così, per gli “intellettuali organici”, grave peccato anti-illuministico, esaltazione del mondo contadino e del sottoproletariato urbano, tristi preludi “dell’innamoramento” dello scrittore per il terzo mondo. L’incomprensione tra il poeta e i critici marxisti si coloriva addirittura di velenoso furore da parte di questi ultimi, che arrivarono a descrivere improbabili omogeneità con il Vate dei nazionalisti. “D’Annunzio e Pasolini hanno in comune l’estetismo. D’Annunzio era però meno trascinato di Pasolini”, raccontò Sanguineti ad Antonio De Benedetti, “meno disturbato da profondi traumi e dunque più capace di dominare le proprie pulsioni”.
La libertà costa cara quando la sfida è ritenuta inopportuna “in casa propria”, soprattutto se la casa è costruita su arrugginite armature marxiste. Pasolini fu additato come l’intellettuale capace di invertire il corso della storia, contrapponendo un mondo pre borghese “al progetto”, imprescindibile per Sanguineti & C., “di un mondo post borghese”.
Purtroppo, gli anticipatori e i poeti-profeti vengono spesso colpiti con la lama dell’analisi formalistica, inadeguata per cogliere la ricchezza letteraria di cui sono portatori nonché dei valori linguistici, storici e sociali di cui essi si fanno interpreti. Probabilmente, quella lama viene sguainata proprio per non considerare la vita che esiste “dentro” quelle parole di (temuta) verità.
Per fortuna la critica letteraria, quando è libera da pregiudizi intellettualistici, talvolta apre con libertà gli occhi sul mondo e non si domanda da che parte orientarli correttamente.
Pochi mesi fa, disquisendo del suo recente libro “Elogio del pomodoro”, Pietro Citati attraversava la crisi italiana sul ciglio del declino dell’Europa, rilevando come noi occidentali, imitando malamente gli americani, fossimo esistiti per sessant’anni “in una condizione di trance ipnoide, come le massaie del 1952. Abbiamo consumato sempre più velocemente, sempre più istericamente, senza che nessuna necessità ci costringesse a comprare”. Sembra di riascoltare Pasolini, quando levava la sua voce contro il tempo presente che aveva “portato al limite massimo la sua unica possibile sacralità: la sacralità del consumo come rito, e, naturalmente, della merce come feticcio”.

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