Sab. Lug 20th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Quando Sanremo univa le case e rilanciava la civiltà dei cortili

4 min read
Il Festival non è più la vetrina dell'arte canore e impallidisce al confronto con la rassegna d'un tempo

Foto: sky.it

di Diogene
Foto: sky.it
Foto: sky.it

Il Festival di Sanremo, se non ci fossero state le restrizioni degli ultimi tempi, con i suoi sessantadue anni di anzianità avrebbe avuto ben a ragione il diritto alla pensione; e se lo sarebbe meritato. Poteva andare in pensione – come tanti servitori dello Stato – sfruttando le tante facilitazioni elargite a più non posso da una allegra Nazione, già negli anni Settanta; al pari di tanti opportunisti, allo scoccare dei fatidici diciannove anni, sei mesi e un giorno, avrebbe potuto usufruire di una bella “pensione baby” e probabilmente non avrebbe “ammorbato” ancora oggi una platea che di sicuro non è più quella di una volta.
Era un altro Festival quello inventato negli anni a cavallo tra il 1950 e 1960, i cosiddetti anni del “boom economico”. Lo avevano chiamato Festival della canzone italiana, inizialmente perché rappresentava la vetrina dell’arte canora italiana; poi, dopo qualche anno, prese il nome della cittadina che lo ospitava.
In quell’epoca, erano in pochi ad avere il televisore in casa, merce rara che solo commercianti facoltosi o professionisti affermati potevano permettersi di comprare. C’era molta aggregazione in quei tempi; la civiltà dei cortili univa le famiglie. Il giovedì e il sabato sera, giorni canonici di “Lascia o raddoppia” e “il Musichiere” le case dei pochi fortunati possessori di quella specie di mobile di grandi dimensioni che era il televisore si riempivano. I giorni antecedenti il Festival sembravano non passare mai, tanto era forte l’attesa, e la curiosità di vedere i propri idoli nello schermo. Arrivavano, non proprio in punta di piedi – graditi ospiti – parenti, amici, comari, comarelle che si sistemavano alla meno peggio in quegli stanzoni di una volta, cieli altissimi oscurati dai fumi delle cucine di una volta; i più previdenti si portavano la sedia da casa. “Non vi incomodate – dicevano ai padroni di casa – mi sono già attrezzato in proprio”.
Poi, dopo qualche anno, il televisore arrivò in molte case, anche prima della lavatrice e del frigorifero. Il televisore diventava il simbolo di un sopravvenuto benessere, dopo le tante traversìe della guerra. Quando decidevi di comprare un televisore, dovevano portartelo due “mastu giorgi” muscolosi, tanto era grande e ingombrante quella specie di armadio che ti riempiva una casa.
Molto monoscopio per buona parte del giorno. Le trasmissioni cominciavano tardi. La sera – nei primi giorni di possesso del televisore – pareva non venire mai. Febbraio, con il Festival, il mese più gettonato. Ma “Campanile sera” in onda il giovedì e “Il musichiere” in onda di sabato facevano ugualmente il pienone nelle case affamate di intrattenimenti. Era il Festival però la punta di diamante: tre serate da seguire tutte per intero, senza distrazioni di sorta, un impegno quasi religioso. Persino i cinema nei giorni del Festival si attrezzavano con un televisore pronto al centro del palcoscenico: all’ora fatale tutti gli spettatori, dopo il film già proiettato, potevano vedersi in tutta tranquillità, comodamente seduti in poltrona, la serata del Festival.
Cambiano i tempi, cambiano le abitudini, avanza la tecnologia. La televisione si arricchisce di un altro canale, e sono due. I programmi cominciano ad essere più vari. Arrivano anche i primi film, rigorosamente in bianco e nero. Il Festival non è più l’avvenimento dell’anno. È la nonna che lo aspetta, anche la mamma. Il papà preferirebbe vedere un buon film. Prime discussioni. “Sempre con questo Festival, ma quanto dura? Quando finisce? Allora sapete che c’è di nuovo? Me ne vado al circolo con gli amici!”.
Durava tre giorni e per qualcuno era già una sofferenza; poi siamo arrivati a cinque serate, per non dire nottate. Le discussioni in famiglia però non ci sono più: i televisori sono dovunque, e di tutte le misure: schermi giganti, portatili, tablet. I programmi sono infiniti, così come i canali; film, telefilm, partite di calcio quante ne vuoi a tutte le ore del giorno e della notte.
Cambiano i tempi, cambia tutto, cambia pure il Festival. C’è pure qualche nostalgico che fa graduatorie di merito e rimpiange un passato che non può tornare. “Era meglio prima – considera a voce alta in ambito familiare – questi cantanti di adesso non sono niente a confronto con quelli del passato. Per non parlare dei presentatori: e chi li può scordare Mike Buongiorno e Pippo Baudo. Per carità!”.
Sono in tanti oggi quelli che si lamentano, che invocano i loro idoli del passato, che fanno il paragone con il presente; però sono sempre lì, imperturbabili davanti alla tivvù fino all’una di notte.
Il fascino del Festival di una volta, quello in bianco e nero, assolve ogni rimpianto. I ricordi vincono sempre; che bello ritornare con la mente alla civiltà dei cortili, alla sedia portata da casa, alle serate passate insieme davanti a quella specie di primordiale armadio da cui uscivano melodie memorabili: le canzoni di una volta. Quelle che non si dimenticano.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *