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Quanta severità (elettorale) contro la maestra di Torino

Quanta severità (elettorale) contro la maestra di Torino
di Gennaro Avallone

Una maestra ha gridato parole forti contro la polizia durante un corteo antifascista a Torino alcuni giorni fa. Ha gridato, precisamente, “Vigliacchi, mi fate schifo. Dovete morire”. E queste parole sono andate in diretta televisiva. La reazione dei politici è stata da manuale. Matteo Renzi è arrivato a chiedere di licenziarla. Matteo Salvini lo ha raggiunto subito, scrivendo che “non deve più mettere piede in una classe questa “signora””.

Un coro quasi unanime si è alzato, in una riedizione della solidarietà nazionale che, in Italia, da almeno 40 anni, mette sempre d’accordo le varie aree della classe dirigente. E sempre con gli stessi concetti: la difesa delle istituzioni, la sacralità della polizia, il rispetto dei valori comuni. Viene scomodato, come al solito, Pasolini, richiamando una lettera che quasi nessuno ha mai letto, perché a farlo si comprende che l’intellettuale friulano non sosteneva il primato delle forze dell’ordine. Anzi, come scrive in quella stessa lettera (intitolata Il Pci ai giovani), “Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia”, e, semmai, invita ad alzare il livello dello scontro politico, a prendersela con la Magistratura, ad esempio.

In questo caso si è aggiunto, poi, il riferimento al decoro degli insegnanti, paladini e custodi di specifici valori e virtù. E si è arrivati, così, ad invocare inchieste, punizioni, a cui il sistema della comunicazione ha dato subito spazio. Secondo le notizie disponibili, l’Ufficio Scolastico regionale del Piemonte ha proposto il licenziamento, “in considerazione della gravità della condotta tenuta dalla docente”. Le è stato notificato, intanto, il procedimento disciplinare.

La gogna della politica e dei media ha dato subito i suoi frutti. Sembra così facile colpire chi non si allinea. Chi esprime la sua rabbia e il suo dissenso anche con parole radicali, sebbene dentro un contesto specifico: quello di un corteo a rischio di cariche, che, dopo poco, si sono manifestate. Fuori dalle aule scolastiche. Lontano dal luogo di lavoro.

Io credo che non possiamo tollerare i processi politici e televisivi. Né possiamo tollerare che alcuni esponenti politici pensino di avere trovato il modo di vendicarsi dei movimenti che esprimono in maniera chiara e netta il loro antifascismo, cercando facili consensi in una società impaurita in cui sono sempre più forti i richiami disciplinari all’ordine.

Le parole dell’insegnante, parole (!) espresse durante un corteo, non trovano alcuna proporzionalità nell’aggressione che essa sta subendo. È evidente l’uso elettorale e moralistico che una parte ampia del mondo politico sta facendo di questo limitato episodio. Un accanimento che va fermato, prendendo parola anche da parte di chi vive e lavora nel mondo dell’istruzione, della formazione e della ricerca, per non ritrovarsi, tutti e tutte, ad essere ridotti al ruolo di chierici moralizzatori. Un ruolo che non appartiene a che esercita il pensiero e produce e diffonde il sapere.

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Commenti (3)

  • gennaro avallone

    ringrazio per i commenti. Davvero. Evidenzio solo che la legge non individua nessun automatismo tra condanne (e qui nessuno è stato condannato) e licenziamento. Rinvio a questo articolo, nella parte conclusiva riferita al pubblico impiego, per i dettagli di legge: http://www.diritto24.ilsole24ore.com/art/dirittoLavoro/2016-04-14/il-rapporto-sentenza-penale-condanna-e-licenziamento-giusta-causa-154932.php

    La P.A. vive di una disciplina propria, spesso molto distante da quella dell’impiego privato, ed è utile un rapido confronto in quanto sono frequenti i casi di condanna penale nei confronti di dipendenti pubblici poi licenzianti “in tronco” anche a distanza di anni.

    In questo senso è utile richiamare quanto già stabilito dalla stessa Corte Costituzionale con sentenza 14.10.1988, n. 971 e poi nuovamente con la sentenza 27.4.1993, n. 197, la quale ha più volte evidenziato che nessuna sanzione disciplinare può essere irrogata al di fuori di un procedimento che costituisce cumulativamente il luogo ed il modo dell’esercizio dei poteri disciplinari da parte della Pubblica Amministrazione: la sentenza penale di condanna, dunque, non può mai condurre all’automatica attivazione di misure espulsive al di fuori di una procedura disciplinare regolarmente incardinata.

    Una sentenza penale di condanna non può determinare l’adozione di alcun automatismo espulsivo, anche perché il Legislatore quando ha inteso prevedere tale consequenzialità lo ha fatto espressamente così come con l’art. 5, l. 27.3.2001, n. 97, che prevede la misura espulsiva automatica nel caso in cui sopraggiunga la condanna penale definitiva a sanzione detentiva non inferiore a tre anni per taluno dei delitti indicati dal suo art. 3, comma 1, ossia per i reati di cui agli artt. 314, comma 1, 317, 318, 319, 319 ter e 320 cod. pen.

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  • Romolo Manfredini

    Gent.mo Prof Avallone,
    prima ancora del licenziamento la sig.ra in questione merita una condanna per offese e minacce a pubblico ufficiale ai sensi della Legge 94 del 15 luglio 2009. Se la legge vale per tutti, la sig.ra in questione prima si prenda una condanna, poi vista la non pulizia della fedina penale il licenziamento. Tuttavia ciò non accadrà, viviamo in un paese dove nel nome dell’antifascismo è permesso andare in manifestazione con le spranghe per picchiare i poliziotti o pestare a sangue un cittadino intento a riattaccare un manifesto elettorale. Siamo da tempo in un paese che tollera atti illeciti purché giustificati dall’etichetta di antifascismo, rendendo leciti quegli stessi atteggiamenti che si vorrebbero condannare se portati avanti dai cosiddetti fascisti.
    Nessuno si è stracciato le vesti a difendere quel carabiniere che in caserma a Firenze, in un luogo chiuso al pubblico deteneva e aveva appesa al muro una bandiera neonazista, invocandone anzi il licenziamento, non capisco invece perché si debba difendere un’invasata sotto effetto dell’alcool che augura la morte alle forze dell’ordine. Moralismo a senso unico ?
    Il fatto che ciò avvenga in un contesto elettorale ovviamente ha dato eco mediatica a personaggi che in altre situazioni ovviamente e a torto si sarebbero ben guardati da prendere una posizione sull’insegnante in questione, ma sulla “pochezza” della nostra classe politica purtroppo già troppo è stato scritto.
    Ciò premesso non vorrei una simile insegnante come istitutrice di mio figlio, i valori che intendo passare a lui sono ben diversi da quelli di questa invasata.

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  • Rosellina Cuoco

    Gentile prof. Avallone,
    è vero che viviamo nell’epoca della mediatizzazione di tutto e tutti e che qualsiasi evento – antifascismo incluso – diventi occasione di propaganda elettorale. Per il caso in questione, tuttavia, mi chiedo quale possa essere la serenità d’animo e giudizio di una docente che, partecipando a un corteo, lanci invettive d’odio contro poliziotti chiamati a vigilare sull’ordine pubblico. E mi chiedo anche quali messaggi costruttivi lanci ai giovani una professoressa che, in maniera plateale, delegittima con un simile comportamento il proprio stesso ruolo, urlando il proprio odio ideologico contro le istituzioni di cui lei stessa è parte. Mi scusi, ma io sono d’accordo, per una volta, con chi ha deciso di licenziare questa docente. Le nostre scuole sono già troppo piene di giovani disaffezionati allo studio e allergici a parole come dovere, rispetto, lavoro, autorevolezza. Le nostre istituzioni soffrono già abbastanza di un discredito che, in parte, è frutto anche di comportamenti e atteggiamenti ideologicamente orientati e, nel loro insieme, dannosi. Per promuovere l’antifascismo occorrono esempi concreti di cosa voglia dire vivere in democrazia, rispettando se stessi e gli altri, nella considerazione del lavoro proprio e altrui. La violenza, invece, fisica o verbale che sia, non trasmette altro che la volontà di prevaricare il prossimo. Il che, appunto, è la tipica espressione di quel fascismo stesso che la docente in questione ha affermato di volere combattere.

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