Quarto, meglio la sindaca

Quarto, meglio la sindaca
di don Aniello Manganiello *
don Aniello Manganiello
don Aniello Manganiello

Premetto di non avere alcuna simpatia per una o l’altra delle forze politiche che, in questi giorni, si contendono la scena. Né tantomeno per il Movimento 5 Stelle, al quale ho sempre rimproverato i giudizi apodittici e una visione fondamentalista dell’etica pubblica. Sono, infatti, convinto che il costume civico si costruisce pazientemente nella storia di ciascuno di noi e dei territori nei quali operiamo, attraverso gli atti che compiamo, in una successione che ne evidenzi il rigore formale e contenutistico. Tutto il resto è sociologia, spettacolo da offrire in pasto a una sempre più disorientata opinione pubblica o, peggio ancora, è vile speculazione per disegni non sempre manifesti.

Detto questo, sono fermamente convinto che il caso politico di Quarto (non conosco né attori né comprimari di questa storia) sia stato artatamente creato per mettere in cattiva luce coloro i quali, in un territorio difficile ma anche stanco di subire angherie, stanno cercando di costruire un discorso nuovo attraverso un governo locale non più ispirato a vecchie logiche. È ovvio che, nelle pieghe di trasformazioni così complesse e articolate, c’è un lavoro enorme da svolgere in condizioni talvolta proibitive: vi sono presenze da recuperare al discorso democratico, altre da allontanare perché non “riconvertibili” nel flusso della libera partecipazione, possibili infiltrazioni da intercettare per verificarne la natura e la portata evitando, dal primo momento, contagi e pericolosi condizionamenti. Si tratta di fasi che vanno vissute con coraggio, determinazione, ma soprattutto dando tempo al tempo, senza cioè l’assillo demagogico sul collo, che perverte in genere programmi o ragionamenti “rifondativi”. Una certa antimafia dell’apparenza, quindi mediatica e illusionista, ci ha invece abituati a inquadrare l’elettore come statua di cera che, a prescindere dalla sua storia e magari dalle sue rinnovate o rinate convinzioni civili, ha un marchio d’origine indelebile sulla fronte (“legale” o “illegale”). Si tratta di una faciloneria di giudizio che bolla a volte come camorrista un amministratore o chicchessia anche per una generica chiamata di correità, per un’imprecisa dichiarazione di un cosiddetto pentito o per un’incontrollabile voce popolare. In questo modo la politica e le amministrazioni non cambieranno mai. Nessun riformatore potrà sopravvivere alla sua scommessa di libertà se scatta implacabile la mannaia del pre-giudizio circa vere o presunte appartenenze, mentre la manovra di rinnovamento si sta compiendo.

In un Comune di decine di migliaia di abitanti, il corpo elettorale è definito per legge non dai partiti. Chi ha diritto al voto, andrà a votare sospinto da simpatie, passioni, interessi, preconcetti, calcoli, illusioni. Sta ai candidati e, poi, al sindaco e alla giunta eletti riconvertire democraticamente quel consenso, sganciandolo da vecchi metodi e solidarietà e inserendolo in una direttrice di proposta e di progetto, in una logica che favorirà l’azione intimamente legale e l’atto di governo libero da interessi privatistici. Operazione che richiede tempi e lavoro durissimo.

Sugli appalti di Quarto ho letto che c’è il tranquillizzante giudizio espresso dal presidente dell’Anticorruzione, l’amico Raffaele Cantone, che rappresenta, in questa confusa stagione di diritti e di doveri, un’autorità morale indiscutibile. E questo mi basta e dovrebbe bastare ad ogni cittadino di buon senso.

La mia impressione è che la costruzione di novità tentata a Quarto debba invece abortire, per far tornare in primo piano quel vecchio, invisibile Sistema che non muore mai e che è alleato di chi, stando al potere da decenni, ne ha consentito la nascita e la florida crescita. E il fatto che a condurre questa improbabile battaglia sia il Pd, un partito che se guardasse con onestà in casa propria dovrebbe sinceramente censurare gran parte della sua storia meridionale, la dice lunga sulla natura di questo cancan che precede di qualche mese le elezioni amministrative.

Ho visto in questi anni le liste napoletane delle Municipalità infarcite di fior di camorristi, ma non c’è stata una sola levata di scudi pubblica né una battaglia giornalistica forte come questa intrapresa per Quarto. Mi chiedo il perché. E soprattutto mi indigna il “secondo tempo” dell’atteggiamento della dirigenza nazionale del Movimento 5 Stelle, passato dalla difesa del sindaco alla sua frettolosa e imbarazzata espulsione. Le battaglie per la cultura della legalità si fanno con convinzione e per la difesa dei principi di verità, non per opportunità politica e soprattutto si intraprendono senza guardare all’applausometro e allo share, che rappresentano i sintomi della nostra gravissima malattia democratica.

* padre guanelliano, già parroco di Scampia

e fondatore dell’Associazione Ultimi per la legalità e contro le mafie

redazioneIconfronti

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