Quei detenuti-artigiani che inseguono l’utopia del reinserimento

Quei detenuti-artigiani che inseguono l’utopia del reinserimento
di Gianmaria Roberti

Opere artigianali in vetro e in pittura. Prodotti in ceramica, quadri, decoupage. Manufatti in legno. E presepi, maschere in cartapesta. Ma anche miele, vino, caffé. Appoggiati su banchetti che insieme formano un rettangolo, nel mezzo della galleria Umberto I a Napoli. L’aria è piovosa e umida, in un pomeriggio prenatalizio. La folla spinge e si muove meccanicamente. Quella merce esposta fatichi a notarla, nel caos senza risposte di questo sabato. Ma c’è un dettaglio: non sono oggetti come gli altri. Vengono dal buco nero della società, dal carcere. Rivedono la luce, a differenza di chi li ha fatti, che rimane dietro le sbarre. Parlano di un avversario lento e invisibile. Oltre all’assenza di libertà, oltre a quelle celle che soffocano, c’è una punizione affilata, che si insinua nelle giornate senza stagioni dei detenuti, e li tramortisce. “È l’ozio” racconta Riccardo Polidoro. È un avvocato che ha scelto di difendere i carcerati a tolleranza zero. Quelli per cui non c’è un comma, una prescrizione, una lobby di spicciafaccende parlamentari ad alzare l’asticella della tolleranza fino a mille. I reietti del carcere dove è più spietata, e silenziosa, la disuguaglianza sociale. “In questo momento c’è uno stato di emergenza ufficiale, proclamato nel 2010 dal consiglio dei ministri – dice il legale -. Più volte il capo dello Stato ha detto che bisognerebbe intervenire con provvedimenti urgenti. Passano gli anni ma non si fa niente”. Polidoro è il presidente della onlus “Il Carcere Possibile”, un progetto della Camera Penale di Napoli. Ha organizzato “Artigianato in carcere”, esposizione e vendita di articoli prodotti nei penitenziari regionali. “Tanta gente si è mostrata interessata all’iniziativa” spiega. È un modo per dare una mano concreta ai carcerati. “Nella maggior parte del tempo oziano, trascorrono ore senza far nulla – insiste Polidoro-. È importante dargli un’occupazione. Noi abbiamo dei laboratori artigianali ed anche uno teatrale”. E così, nel carcere di Poggioreale, dove sono ammassati 2800 detenuti per 1300 posti, fabbricano i presepi. In quello di Salerno camicie e bambole di pezza. A Carinola murales in cartongesso. A Secondigliano complementi di arredo e strumenti musicali. Oggetti che descrivono la volontà di strappare persone alla noia delle celle. Nascondono perfino l’ambizione di realizzare l’utopia di rieducare e reinserire. “Offrono una possibilità – aggiunge Polidoro -: alcune detenute del penitenziario di Pozzuoli hanno trovato lavoro nei ristoranti grazie all’attestato dei nostri corsi di cucina. Sono gli stessi chef che insegnano nei corsi ad averle volute, abbiamo un protocollo con l’associazione cuochi italiani che fa volontariato. Il percorso premia chi si impegna e mostra di essere capace. E tutti si impegnano, piuttosto che espiare la pena senza fare nulla”. Grazie ai corsi di teatro, aperti alla visione del pubblico con una rassegna al teatro Mercadante, un detenuto è stato scritturato da una compagnia. “Si trattava di un transessuale – svela il presidente di “Il carcere possibile” – ha avuto la chance di lavorare con una compagnia teatrale di Roma. È stata un’opportunità per una persona che non aveva speranze di fare nulla”. Ma se alcuni riescono a rompere la barriera dell’emarginazione, troppi non risalgono dall’abisso. “ Noi cerchiamo di applicare la legge nelle carceri – sbotta l’avvocato-. Nella maggior parte degli istituti c’è illegalità. C’è un principio costituzionale di rieducazione, un diritto alla salute che non è rispettato, un ordinamento penitenziario che stabilisce come debbano vivere i detenuti, ma tutto questo non avviene”. E forse non avverrà mai.

redazioneIconfronti

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