Quei “fedeli” che si sentono onnipotenti

Quei “fedeli” che si sentono onnipotenti
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

Il braccio di San Matteo nell’atrio del Comune non piace: è poco, checché ne dica lo stremato vescovo Moretti (“La reliquia è più importante della statua”). I portatori restano, perciò, sul piede di guerra e dicono che queste decisioni “sono ordini che non condividiamo”. Rispetto allo “psicodelirio” di settembre scorso, che concorse alla pari sul mercato globale della comunicazione con le sceneggiate sacrileghe di Oppido Mamertino, compare perlomeno una sobrietà linguistica politically correct, ma il tema di fondo non cambia. C’è una pattuglia nutrita di personaggi (“fedeli”, ma tra virgolette) che non intende rivestire il ruolo tipico che la devozione popolare prevede per loro: appunto portare addosso statue pesanti in segno di penitenza. Costoro ritengono di svolgere un servizio “onnipotente”, concordabile su tavoli rivendicativi, e impartiscono così direttive alla Chiesa.

Il problema è socialmente serio, l’invasione da parte di una sub-cultura rissosa di un’area tutta interna al mondo dei credenti e della loro fede. È un chiasso in nome di Dio o contro Dio, che genera equivoci. Si dirà, evocando Nietzsche, che di per sé “la parola cristianesimo è un equivoco, in fondo è esistito un solo cristiano e questi morì sulla croce”; però qui l’equivoco non è teoretico bensì idolatrico. La statua che “deve” entrare nel municipio non è quella di un santo, ma di un idolo, e l’idolo è per definizione un dio assente, un dio facile, un sostituto della divinità. Non credo che sia un peccato molto raro (e grave) questo dell’idolatria, per il quale potremmo cavarcela invocando il desiderio di un padre visibile e materno. Già alle pendici del Sinai il vitello d’oro degli ebrei non testimoniava la volontà di cambiare Dio, piuttosto di riempire il vuoto della sua non rappresentabilità con una potente immagine sostitutiva. E l’equivoco riguarda credenti e non credenti, che tentano da sponde opposte di immaginare il divino per narrarlo e crederci. Non tutti i riti sono perciò esperienze autenticamente religiose e di fede, e talvolta diventano la maschera sacra dell’incredulità.

Salerno, su questo crinale, è però un caso da manuale. La linea del labile confine sacro-idolatria è stata oltrepassata da quando la liturgia itinerante del 21 settembre di un anno fa fu staccata dai simboli religiosi e adagiata su malinconiche simbologie. Si tratta dell’evento clou di un’era magniloquente: la processione è così diventata un segno fuori contesto, una parola lontana dall’evento che designa.

La provocazione di Diego De Silva, ripresa ieri da Guido Panico e riassumibile nel dilemma “la sosta della processione nel palazzo è un ossequio al potere politico o la richiesta originata da una fede popolare?”, pur nella sua attraente formulazione, resta ostaggio di un’area nella quale convivono schegge emotive originate dalla confusione tra sacro e profano, tempo della vita e tempo della fede, happening e rito religioso. Una confusione scaturita da un ardore politico incontenibile, che, per anni, ha proposto come possibili ai salernitani gli obiettivi più alti. E che cosa c’è, paradosso dei paradossi, più su del cielo? Il cielo. Per possederlo però occorre svuotarlo dei suoi ingombri millenari. Lo impone il primo capitolo del trattato salernitano di psico-politica. E la processione negli ultimi anni è stata proprio una sagra sotto un cielo in svendita perché molto terreno e contiguo al palazzo, grazie ad una chiesa “amica”.

Il vescovo Moretti ha quindi subito un’eredità ingombrante. I fotogrammi di un anno fa gli affolleranno la mente, mentre continua ad essere prigioniero di personaggi bene assistiti dai loro amici. A questo punto, una scelta evangelizzatrice, come suggeriva il 4 agosto scorso al Mattino il professore Giuseppe Acocella, potrebbe essere quella di sospendere per un anno la processione. Sarebbe un utile periodo catartico, senza alcun danno. Alla processione è indispensabile la fede, ma alla fede una processione nulla aggiunge.

redazioneIconfronti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *