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Quei versi di Mele che “risvegliarono” Freud dall’eterno sonno

Quei versi di Mele che “risvegliarono” Freud dall’eterno sonno
Rino Mele, grande poeta e intellettuale, maestro di intere generazioni, compie oggi 80 anni. Riproponiamo questa recensione al suo ultimo libro di versi “Un grano di morfina per Freud” che Andrea Manzi scrisse per Il Mattino nel maggio 2016, in occasione della presentazione del libro presso la libreria Internazionale di Salerno. Riproponiamo inoltre, in basso, la registrazione della presentazione dello stesso libro, svoltasi a Na (relatori Andrea Manzi e Aldo Trione, letture di Geppino Gentile)
di Andrea Manzi

mele“È impossibile conoscere gli uomini senza conoscere la forza delle parole”. Freud ne era certo, tant’è che conferì proprio ad esse un doppio potere: liberare l’immaginario ed estendere il dominio del visibile. Conquista friabile, perché l’inconscio è nascosto come l’essere dei filosofi. Ma se le parole lo riscattassero? Lucciole d’orientamento, esse vivono nella notte che incombe. Freud ne era certo, tant’è che intese l’inconscio come linguaggio e costruì un’ermeneutica che affinò per tutta la vita. La psicoanalisi divenne così chiave di lettura del mondo. Arrivò un giorno, però, in cui lo scienziato e umanista austriaco, consumato dal cancro, avvertì la resa come necessità e chiese al suo medico Max Schur di liberarlo dal dolore indicibile. Cercava rifugio nell’incoscienza arcaica. Lì la parola è muta come la roccia dolomitica, non c’è pensiero, figurazione, immagine. Il cancro, cieco e voluttuoso, gli rodeva l’ultimo nucleo vitale (“La bocca di Freud apriva dirupi voraci, uncini, aghi, / artigli all’interno della voce, le viscere / contratte: la guerra / s’avvicinava senza metafore… “). Siamo nel 1939, la grande regressione falcerà la globalizzazione ante litteram della psicoanalisi. Va in scena la ferinità di massa, aspra come il male che squarcia la bocca del medico dell’anima. Rino Mele, poeta dalla tensione espressiva vorace e dal procedere ardente ed eruttivo, entra con “Un grano di morfina per Freud” (Manni, prefazione di Gillo Dorfles) nel paradosso di questa identificazione soma-sociologica e della indicibilità del dolore, colmando l’intraducibile cifra dell’ultimo respiro di Freud con una strenua opposizione al silenzio. La parola era impigliata tra i rovi di una vita che si spegneva, attratta dall’obscurité du prenatal; la sfida di Rino Mele è il suo riscatto.

Stasera, alle 18:30, presso la libreria Internazionale di Salerno si parlerà nuovamente del toccante testo: ad aprire l’incontro saranno, infatti, le immagini della sua recente presentazione napoletana, avvenuta nel tempio dell’arte del poeta Bruno Galluccio; momento intenso in cui i versi magmatici di Mele hanno ricalibrato la memoria smunta di Freud, uomo del dolore, iniettando nella parola ferita del nostro tempo anemico l’inquietudine che rianima, risillaba, scuote.

Rino Mele

Rino Mele

La poesia era, d’altra parte, l’unica strada per riannodare i fili di una esistenza plurima: Freud ebreo, borghese, figlio, padre, neurologo; Freud nevrotico, pulsionale, civilizzatore; Freud viennese, apolide. Sartre tentò di raccontarla in una sceneggiatura, ma deluse se stesso e il regista John Huston che gliela aveva richiesta. Erano gli anni ‘60. Rino Mele aveva poco più di vent’anni e già meditava la poesia come docile arma di racconto pulsionale (im)possibile, adesione al vero sentire, all’estetica della lettera per dirla con Lacan. Un grande gioco, la poesia per Mele, proprio come la intese Freud. Gioco che non si oppone alla serietà, ma contraddice la realtà, aderendo alla fantasia infantile che, della realtà, è surrogato equivoco prossimo e speculare.

Il poema, diviso in tre canti e sostenuto da “note minime come segnali”, attraversa lo scenario del Novecento guerresco, recupera la galleria mitica nella quale il segno psicoanalitico fermenta e schiude immaginifiche, caduche frontiere, rovescia drammi e complessi e li riavvolge nell’eloquenza definitoria della parola ritrovata. Sullo sfondo scompare la sessualità incestuosa di Edipo e vive la legge del padre, la malcelata seduzione del potere, il bivio dell’obbedienza o della trasgressione e la terza vita che spinge gli uomini a fondersi con la legge, cioè col meccanismo che li opprime.

Freud nel poema esce, però, da questi dilemmi. È un vecchio-bambino al quale il medico somministra la richiesta morfina che uccide il dolore e spegne la sua identità immalinconita. Quel sonno durerà per sempre. Il verso di Rino Mele lo interrompe dopo settantasette anni. E sull’ala battagliere del verso, qualcosa rinasce nell’armonia di un’imperitura infanzia: è un miracolo non della psicoanalisi ma della grande poesia.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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