Quel Cilento che non racconta la sua bellezza

Quel Cilento che non racconta la sua bellezza
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

La Proloco di Camerota ha letto Aristotele e sa bene che la bellezza è la migliore lettera di raccomandazione. Non poteva, quindi, non rivendicare la “proprietà” di Baia degli Infreschi, la più bella spiaggia italiana secondo un contest lanciato sul web da Legambiente nel 2013 e 2014. È accaduto che la “lettera” con la quale la fremente insenatura si raccomanda al mondo, attirandolo in un rigoglio abbagliante di macchia mediterranea, abbia subito l’alterazione del mittente. In una promozione online, la baia è stata collocata per errore nel contiguo territorio di Palinuro, il che, con buona pace del mitico nocchiero di Enea, ha sollevato gli ardori del campanile camerotese, con una conseguente, puntuta richiesta di rettifica. Nulla da obiettare, la proprietà non può essere un furto, checché ne pensasse due secoli fa un indocile e anti religioso signore passato alla storia e celebrato dall’aforismario. Il problema è che la querelle allontana il mondo intero dall’eden degli Infreschi, mentre si respira da due secoli la natura “insulare” di questo territorio-pianeta dalla forte identità percepita. È il Cilento nel suo insieme, che negli ultimi due anni di crisi è riuscito laddove il Sud ha fallito, alzando di un paio di punti la curva del reddito turistico. E il risultato, che appare destinato alla conferma anche nel 2015, è stato ottenuto grazie ai turisti stranieri, attratti dal desiderio di scoprire la complessità ammaliante dei luoghi, ma soprattutto rapiti da un’omogeneità paesaggistica negata in loco proprio dai medesimi attori territoriali che di questa omogeneità vorrebbero e dovrebbero fare un brand.

Per i potenziali turisti stranieri, la barriera alzata dalla richiesta di rettifica tra Camerota e Palinuro non può risiedere tra un comune e l’altro, ma si colloca in altri ideali luoghi. Quegli stessi luoghi un tempo (neppure troppo lontano) vagheggiati e temuti dai viaggiatori del Grand Tour, che non osavano spingersi oltre Paestum, “una barriera insuperabile al di là della quale s’estende un paese tanto ignoto quanto lo è il cuore dell’Africa”. Così lo definì François Lenormant, l’archeologo francese che descrisse il Cilento nel suo viaggio in Italia del 1866, dandone l’immagine unitaria di un continuum territoriale già negli anni eroici dei reporter ante litteram. Con quella stessa fisionomia unitaria il Cilento oggi viene venduto dai tour operator, attraverso i quali filtra il consenso mondiale per questa “città ideale”, virtualmente edificata ma non percepita dai suoi cittadini e, in verità, neppure da chi ne conosce più da vicino i territori. La città esiste però nell’immaginario collettivo dei turisti: il 60 per cento di arrivi deriva infatti dai viaggi organizzati, dall’intermediazione dei grandi portali, dall’intraprendenza delle più autorevoli agenzie d’oltralpe e d’oltreoceano. È bassissima la quota del viaggio “fai da te”, perché i territori non comunicano tra loro né con l’esterno, proprio a causa delle divisioni che impediscono la nascita di una strutturata ed efficace rete di promozione. La città ideale, così, finisce con l’annegare proprio nel blu di un mare certificato come tra i migliori del Mezzogiorno. Quel che più le manca è proprio una comunicazione all’altezza del nostro tempo, che rifugga da vetusti “cilentalismi” e si radichi invece in un contesto condiviso, amplificandone le identità coese e trasformandone i racconti quotidiani in messaggi “geo-giornalistici”, ossia in descrizioni olistiche e dense, così come il mercato mondiale richiede.

 

 

 

 

 

redazioneIconfronti

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