Quel dissenso che non piace

Quel dissenso che non piace
di Giuseppe Foscari *
Il professor Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari

L’ordinamento costituzionale inglese che, come sappiamo, è basato sul common law, ossia su norme consuetudinarie non scritte, si regge su alcuni valori che sono diventati imprescindibili per qualsiasi ordinamento democratico. Tra questi, l’idea che il diritto di dissentire debba essere costantemente salvaguardato, come teorema stabile per avere una maggioranza capace di governare e un’opposizione anche dura che sia lasciata libera di esprimere la propria divergenza politica in tutte le forme e sedi possibili. Il concetto chiave è che chi dice cose diverse dal coro non debba essere considerato un pericoloso destabilizzatore, ma un valore aggiunto, non sia additato come anomalia, ma come voce da ascoltare, anche da confutare, da contrastare dialetticamente, ma sempre nella consapevolezza che il suo pensiero possa essere un arricchimento del dibattito e un punto di vista degno e rispettabile.

Ma a che punto è arrivata la democrazia su questa delicata ma importantissima questione?

Diciamoci la verità: le voci del dissenso non piacciono ai manovratori, sicché, anche per questa via, la democrazia sta conoscendo un ulteriore vulnus, qualcosa che le impedisce di essere ciò che è stata e ciò che era stata immaginata dai grandi intellettuali che, a partire da Pericle, l’avevano individuata come vera alternativa al potere assoluto di un solo uomo, che spesso sfociava nella pericolosa tirannia.

Invece, le voci fuori dal coro sono interpretate come un fastidio per i sindaci, per il governatori delle Regioni, per il presidente del Consiglio e persino per Jean Claude Junker, presidente della Commissione Europea, protagonista con Renzi di una feroce contrapposizione. Già, perché il tema dell’uomo fuori dal coro che possa essere d’impiccio non riguarda soltanto l’Italia, ma finanche uno degli uomini più forti e potenti dell’apparato politico-economico-istituzionale dell’Unione Europea.

Il guaio è che anche in questo campo l’effetto domino non conosce ostacoli, nel senso che una volta appurato e fatto passare nell’opinione pubblica il messaggio che le voci del dissenso appartengono a quelli che non amano il proprio paese, tac!, immediatamente si diffonde in modo virale a tutte le istituzioni il pensiero che chi diverge è pericoloso, anarchico, malpensante, insensibile alle reali esigenze di un paese o di una qualsivoglia istituzione, che guarda solo nel proprio orticello senza avere il senso generale delle innovazioni o della modernizzazione.

Renzi, che non ama molto le critiche, è un campione di questo pensiero, che denota scarsissima conoscenza del costituzionalismo, dei tempi della democrazia e forse della stessa democrazia. E Junker non è da meno, perché in fondo questo lussemburghese che parla la lingua della Merkel ha imparato la medesima lezione di Renzi e la pratica con la stessa spietata determinazione.

Vorrei dire all’uno e all’altro, Renzi e Junker, che esistono le voci discordanti, di quanti non si allineano ai processi governati a colpi di maggioranza (politica o economica) e che esistono idee altre che varrebbe la pena valutare, analizzare e discutere. Già perché puoi trovarti ad essere manovratore in un posto (che non ammette repliche) e voce dissonante in un altro (e vorresti essere ascoltato) e se non difendi il principio sacrosanto della voce di opposizione, ti becchi scomode e dolorose randellate che ti obbligano ad abbassare i toni e ad essere conciliante…

* docente di Storia dell’Europa presso l’Università di Salerno

Nella foto in copertina Renzi e Junker

redazioneIconfronti

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