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Quel dono della fede che opera meraviglie

Quel dono della fede che opera meraviglie
di Luigi Rossi

lebbrosDieci lebbrosi in viaggio riflettono le condizioni dell’umanità dolente  e smarrita, di costoro, pur se malati, nove sono espressione di un livello superiore di civiltà, quella della nazione eletta, uno è invece un samaritano, un paria senza tempio e senza storia. Egli si è unito agli altri amalgamato dalla sofferenza; ma, appena i compagni di viaggio si sentono guariti, si separano di nuovo (Lc 17, 11-19).

È questa la famiglia umana con la quale si imbatte Gesù. Appena la intravede, egli subito si mette all’opera ansioso di guarirla. Impartisce il comando e i pellegrini del dolore senza speranza mutano rotta: si recano al tempio e riscontrano di essere purificati mentre camminano. Passo dopo passo il dono della fede diventa concreto e opera meraviglie al punto che nove, immersi nel vortice della gioia ed avendone le possibilità, si danno ai festeggiamenti ritornando alle relazioni usuali interrotte per il dramma della malattia purulenta ed infamante. Uno solo, povero di risorse e di relazioni, abituato a vivere isolato riflette su ciò che gli è capitato; intuisce che la salute riguadagnata non è frutto della osservanza della prescrizione legale, ma del rapporto, anche se fugace, con Gesù. Fa ritorno e questo gesto consente all’evangelista di precisare che dei dieci in effetti nove sono soltanto guariti, mentre il samaritano, straniero ed impuro, è anche veramente salvato perché ha compreso che la salvezza è gratuità e che in Gesù a venirgli incontro è il regno di Dio. Egli ha capito qualcosa del mistero di Cristo perciò ritiene che deve ringraziarlo.

In questo passaggio si delinea la differenza rispetto alla guarigione di Naaman Siro raccontata nella prima lettura (II Re 5, 14-17) della XXVIII settimana per annum. Naaman, un ufficiale assiro lebbroso, viene attirato dalla fama del profeta Eliseo, dal quale si aspetta chissà quali riti per essere liberato dal male. Invece si sente dire solo di lavarsi nel Giordano, certamente un fiume che non può competere con quelli maestosi del suo paese. Eppure ubbidisce e così il prodigio si compie. Il racconto diventa l’emblema del vero credente: ecco perché egli trasporta in Assiria sacchi di terra palestinese da spargere sul suolo patrio per avere la sensazione di vivere nella terra promessa ora che si è convertito all’unico Dio. 

Il generale non ringrazia il profeta perché sente che deve riconosce l’azione dell’unico Dio. Gesù, invece, accetta il ringraziamento perché egli è più di un profeta. Si coglie così il significato della conclusione del passo evangelico: «Alzati e va’: la tua fede ti ha salvato». Il samaritano, mondato con gli altri nove, ora è dichiarato anche «risorto», come si desume dall’alzati del greco anastàs. Soltanto così egli si può ritenere veramente «salvato»; infatti, la guarigione non é la salvezza, ma il segno per aprire il cuore alla fede, capire la gratuità dell’azione di Dio presente in Gesù.

Questa comprensione è la fede (pístis) che salva; per ottenerla occorre essere disposti a tre passi fondamentali: riconoscere di avere bisogno, fidarsi, ringraziare affidandosi. Si parte dal grido di guarigione del bisognoso, straziante ma carico di fiducia. La costatazione degli effetti induce al ringraziamento, ma non tutti si comportano in tal senso anche se hanno ricevuto lo stesso dono. Infatti, la fede rimane sempre una libera risposta, un grazie come ritorno a Dio col cuore, non recitando solo preghiere, ma vivendo la propria riconoscenza come risposta di amore a chi ha amato per primo.

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