Quel giorno d’aprile

Quel giorno d’aprile

Quattro anni fa, moriva Carmine Manzi. Riproponiamo, per i lettore de I Confronti, questo ricordo che il critico Rino Mele scrisse a due mesi dalla sua morte.

di Rino Mele
Il poeta e critico Rino Mele
Il poeta e critico Rino Mele

Quando si muore si supera una soglia che non si sa. Si è sempre tutti insieme, al di qua e oltre quell’inavvertibile limite, nella disperante certezza di non saper morire (come non avremmo potuto nascere) da soli. Restiamo disarcionati continuando a correre un impossibile torneo. Carmine Manzi ha scelto i giorni di Pascoli per morire (Pascoli fece questo passo estremo – come sul boccascena di un teatro – proprio cento anni fa, il 6 aprile 1912). Tutta la poesia del Novecento (letterariamente quel secolo non s’è ancora chiuso, nemmeno con la poca aggiunta dei nostri ultimi anni) ha le sue radici nella voce di Pascoli, nel suo tenace insegnamento: “Bisogna che il fatto storico, se vuol diventare poetico, filtri attraverso la meraviglia e l’ingenuità della nostra anima fanciulla, se la conserviamo ancora. Bisogna allontanare il fatto vicino allontanandocene noi”. Carmine Manzi ha vissuto la sua vita nella ricerca di questa distanza rispetto alle cose, il doloroso allontanarsene – come insegnava Pascoli – per ritrovarle vicine, improvvisamente capaci di dire se stesse, il volto nudo finalmente, senza le maschere con cui la retorica sociale rende accettabile tutto. Il giorno dei funerali, il 4 aprile 2012, nella chiesa rinascimentale di San Giovanni, a Mercato San Severino, al centro delle navate, strette di folla, Carmine Manzi era tra la folla che lo cercava, sembrava attraversare la sua pioggia di silenzio, si portava le carte strette al petto come una partitura musicale.

Carmine Manzi, nel suo studio, riceve la visita del cardinale Martino (2010)
Carmine Manzi, nel suo studio, riceve la visita del cardinale Martino (2010)

Avrebbe voluto udire la voce di un verso, un poeta antico (forse Cavalcanti), o più moderno e vicino alla sua malinconia (Tasso), qualcuno ancora più familiare (Ungaretti soldato, Rebora vinto dal sacro, sfinito dalle anafore liturgiche). Torniamo ancora a Pascoli così caro a Carmine Manzi: “L’usignuolo è piccolo, e il mare è grande; e l’uno è giovane, e l’altro è vecchio. Vecchio è l’aedo e giovane la sua ode”. Davanti a lui, su un infinito schermo bianco – che attraversava e gli stava di fronte – i versi che aveva continuato a inseguire fino alla fine, cercando quella lontananza di cui la poesia ha fame, estrema necessità per dire il proprio amore alle cose. Quanto difficile sopravvivere, per un poeta, nei suoni falsi che lo stringono da ogni parte, un dolore di spine nel cercare la strada: pare che sia sempre buio, ancora troppo presto per l’inconsutile alba. Ho parlato con lui tante volte. Conservo un ricordo antichissimo, a metà degli anni Cinquanta, nel suo Giardino Terrestre che era la sua grande casa di Sant’Angelo, il suo studio a piano terra, dopo aver attraversato il verde dei viali, ero un ragazzo e lui mi parlava come a un adulto, con la certezza di una mutua comprensione: amava la poesia, l’inseguiva come un cercatore di funghi arso di trovare quelli della salute, della salvezza, che conservassero suoni nascosti, necessari alla leggerezza estrema della parola, oltre ogni parola, ne riempiva canestri senza storcere il naso, dava a tutti speranza del cammino di pietre, da continuare, scalzi. Era un critico severo, ma solo in un suo “foro” interiore precluso agli altri: sembrava accettare con generosità tutti, uccelli e uccellatori (immagine a contrasto che evoco da Pascoli), non scacciava nessuno, solo perché la strada per la poesia è così lunga – pensava – si stancheranno: per ora lasciamo far loro un tratto insieme. Aveva una semplicità straordinaria che era il frutto di un’anima sofferente e complessa. Sapeva quello che non diceva, e che taceva per pietosa accortezza, come un medico: troppo grande ospedale è il mondo.

 

redazioneIconfronti

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