Mer. Lug 17th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Quel vezzo post-moderno di diventare ad ogni costo “Cavaliere”

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Onorificenze e distinzioni cavalleresche per un improprio tentativo di organizzazione di classe
di Carmelo Currò

La cronaca ha recentemente registrato la festosa visita a Cava dei Tirreni di un Principe di Casa Borbone-Due Sicilie, giunto per offrire la croce dell’Ordine costantiniano alla statua di S. Francesco nel locale convento minoritico, ed accolto da una folla plaudente, dal discorso del sindaco e da numerosi filo-borbonici festanti. Con il passare degli anni si moltiplicano infatti le manifestazioni di simpatia, devozione, stima, nei confronti delle antiche famiglie reali italiane, sui loro componenti e sulle relative decorazioni. Riconosciute dal Ministero degli Esteri, entrate a far parte del curriculum dei militari, accompagnate da mantelli e dalla possibilità di essere menzionate sui biglietti da visita, queste ultime sono diventate oggetto ricercatissimo di aspiranti nobili e cavalieri. Non si ha idea di quanti avvocati, periti, marescialli, professori di ginnastica chiedano, pietiscano e si facciano raccomandare per ottenere croce e titolo di cavaliere. I più gettonati: l’Ordine dei santi Maurizio e Lazzaro, di collazione di Casa Savoia, e quello Costantiniano, concesso da due rami della Famiglia Borbone-Due Sicilie. Perché, meglio precisare, esistono due Ordini Costantiniani di S. Giorgio, con a capo due diversi Gran Maestri che (guarda caso) portano anche lo stesso nome: Don Carlo di Borbone-Due Sicilie. Uno è il figlio del defunto Duca di Castro, autoproclamatosi Capo della Casa decenni fa, ed è oggi egli stesso detentore di questo titolo, felicemente sposato con Camilla Crociani dopo essere stato “affettuoso amico” di Enrica Buonaccorti; l’altro è il cugino di primo grado del Re di Spagna, discendente dal ramo primogenito degli antichi Re delle Due Sicilie, il cui avo nell’anno 1900 aveva rinunciato (in esilio) alla Pretendenza del Trono napoletano a causa del suo matrimonio con la figlia ed erede del Re di Spagna. Poiché però il Sovrano iberico ebbe inaspettatamente un figlio maschio che divenne Principe ereditario, lo sposo napoletano constatando che erano venute meno le condizioni della sua rinuncia, e cioè fare in modo che i due Regni (di cui uno solo sulla carta) dovessero rimanere separati, riprese le sue prerogative di Principe napoletano, contestato successivamente dai parenti. Quest’ultimo Duca di Calabria e Conte di Caserta ha sposato una figlia del Conte di Parigi che a sua volta è uno fra i pretendenti al Trono di Francia (gli altri due “autentici” sono Luigi XX, Duca d’Angiò e figlio del famoso Alfonso di Borbone-Dampierre, morto in un tragico incidente mentre sciava negli Stati Uniti; e il Principe imperiale Bonaparte, discendente da Gerolamo Re di Westalia, fratello di Napoleone I). Due veri Principi si contendono dunque il Trono delle Due Sicilie, entrambi sostenuti da seguaci meridionali (con simpatie fra i diversi movimenti neo-borbonici), da simpatizzanti stranieri, da cavalieri dell’Ordine. La Spagna ovviamente riconosce il ramo ispanico, l’Italia salomonicamente preferisce riconoscere tutti e due.
Veri nobili e nomi altisonanti della vecchia aristocrazia si affiancano alla piccola borghesia professionale che nonostante fascismo, resistenza, comunismo e berlusconismo (anche Berlusconi è stato insignito del titolo di cavaliere costantiniano dal ramo italiano nonostante sia previsto dagli Statuti che i divorziati non possano essere insigniti dell’Ordine), non hanno mai perduto il gusto della distinzione. Sono numerosi gli ex-sessantottini, ex-repubblicani, ex-sinistrorsi che, cambiato il vento della politica e della moda, hanno fatto di tutto per lasciar cadere nel dimenticatoio i loro trascorsi plebei, per darsi anima e corpo ai pellegrinaggi e alla guardia a santuari e tombe reali, alle Messe commemorative, ai raduni storici, facendo a spintoni per avvicinare i principi pretendenti o i nobili cavalieri dei cui antenati avevano sentito parlare sui libri di storia. Periodicamente appariva in Italia anche il degnissimo principe Gioacchino Murat, altro autentico Pretendente perché discendente diretto dal grande Sovrano che fu cognato dell’Imperatore Napoleone Bonaparte. E anche lui era subito aggredito da pretendenti al ruolo di cortigiani, accompagnatori, guardie d’onore e via dicendo sulla strada della non politica.
Perché, ovviamente, niente di politico e di monarchico, in genere, esiste in tutto questo. E il cruccio di molti fra gli attuali realisti “puri”, ha dichiarato qualche giorno fa uno tra i leaders dei Monarchici meridionali, consiste proprio nella constatazione che in genere i Pretendenti borbonici non fanno politica, rassegnandosi nel migliore dei casi a lasciare l’iniziativa di un autonomo dibattito ad esponenti dei movimenti neo-borbonici. I quali dicono si (e finalmente) la verità sull’annessione dolorosa e forzosa del Sud all’Italia risorgimentale; ma in quanto a programmi vanno poco al di là delle dichiarazioni sui primati che il Regno delle Due Sicilie contava nell’Europa ottocentesca, e ad una continua polemica storiografica. Programmi molti, a loro dire, pochi nella realtà, talvolta spiacevolmente in linea con le sgradevolezze di molti simpatizzanti leghisti.
Poi, per lo più, fra i mantelli e le croci, soffia forte uno spirito di confraternita, di aggregazione sociale di classe. Il desiderio di apparire muove personaggi che di dottrina monarchica e di storia conoscono ben poco. Non potrebbero altrimenti fare spesso la coda per farsi insignire -anche a pagamento – pure da falsi gran maestri templari o da sedicenti principi bizantini. Ovviamente, i templari non esistono e neppure (nonostante i falsi alberi genealogici) i principi bizantini (se non la famiglia francese dei Conti Paléologue che non fa commercio di onorificenze).

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