Quella legge di buon senso

Quella legge di buon senso
di Giuseppe Foscari *
Il professor Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari

L’ennesima tragedia, l’ennesimo duro colpo alla credibilità di una Nazione che da oltre due secoli si propone come un campione della democrazia, della libertà, della giustizia e dell’emancipazione sociale e culturale. Quegli Stati Uniti in cui non passa mese, ma starei per dire, non passa settimana, in cui un giovane non imbracci un fucile e decida di sparare all’impazzata uccidendo tre, cinque, sette, venti, altri ragazzi, responsabili di andare a seguire dei corsi universitari o di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato, in una scuola. Ed è quanto è accaduto anche ieri, l’ennesimo dramma collettivo che non riesce tuttavia a scalfire le coscienze se non nel momento della commozione e dello sdegno.

Diciamo anche che questa è una battaglia assolutamente persa dal presidente Obama, che avrebbe voluto rendere più rigidi i controlli sulla vendita delle armi, perché come appare evidente, negli States pop corn, patatine ed armi si vendono negli stessi luoghi, nei negozi e nelle fiere, oltre che nei negozi specializzati che fanno delle offerte sontuose; per giunta, procurarsi un’arma è diventato facilissimo anche sul web sui siti ad hoc che non esitano a vendere a chiunque, senza alcun controllo, purché si paghi in anticipo.

Ecco, gli Stati Uniti sono in qualche modo prigionieri due volte: innanzitutto è la stessa cultura liberale a creare una prigione, perché in nome del principio per il quale tutto si deve poter vendere, della libertà assoluta e totale dell’imprenditore e del consumatore, ergo, in senso lato, del primato del mercato, la cultura capitalista americana pone questo valore (o disvalore, a seconda dei punti di vista!) al primo posto, scalzando la tutela dell’individuo e del cittadino, che pure dovrebbe essere un principio liberale da rispettare, relegandola ai margini degli interessi politici e culturali. Ma, si sa, dove i principi e i valori cozzano tra di loro, subentrano le lobby, che determinano la seconda prigione e sono diventate la vera patologia del sistema pluriliberista degli United States. Sono loro a finanziare molte candidature di senatori americani, soprattutto repubblicani, liberali e conservatori, che, poi, a tempo debito, fanno fallire tutte le iniziative per frenare la libera vendita delle armi. Sono loro che tengono in ostaggio i governi americani per l’enorme mole di affari con cui muovono l’economia, che permette laute entrate in tasse allo Stato e assicura molti posti di lavoro.

Obama ha parlato alla Nazione, facendo comprendere che la sua battaglia non va interpretata come una crociata a danno della pur vorace industria delle armi, ma vuole essere semplicemente un stimolo affinché il Senato voti una «legge di buon senso» (sono parole sue) che impedisca ad un minorenne, per esempio, di procacciarsi un fucile o una pistola in poche ore. Con tutto quel che ne consegue.

Senza dimenticare -perché all word is land– tutto il mondo è paese, c’è sempre la possibilità di procurarsi le armi con il contrabbando.

I senatori repubblicani fanno spallucce e si girano dall’altra parte quando accadono episodi sconcertanti con gli eccidi a cui ci ha abituato la cronaca americana. Ecco, abituati, è questa l’altra cosa che mi sconcerta, abituarsi ai massacri. Il che vuol dire –ahimé- accettare passivamente che tutto rimanga eguale a sé stesso, senza che si metta mano ad una legge.

Alla faccia del buon senso.

 

* Professore di Storia dell’Europa, dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno.

redazioneIconfronti

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