Home
Il blog de IConfronti utilizza cookie di servizio e di analisi. Continuando la navigazione accetti l’uso di tali cookie. Più informazioni.
Tu sei qui: Home » Teatro » Quella partita a dama fa la differenza

Quella partita a dama fa la differenza

Quella partita a dama fa la differenza
di Francesco Tozza
"O di uno o di nessuno" in scena a Salerno

“O di uno o di nessuno” in scena a Salerno

Se non si hanno i paraocchi, restando prigionieri di logore etichette (la tradizione, lo sperimentale, gli amatoriali, il professionismo…..); se si è veramente animati dall’esigenza, o almeno dalla curiosità, di scoprire – non diremmo il nuovo – ma il diverso, che in tempi di imperante quanto retorico nuovismo si riesce magari a trovare anche, o soltanto (!), nell’intelligente rivisitazione del vecchio; se si è sinceramente mossi dal gusto dello sperimentare, che deve essere innanzi tutto nelle nostre teste, prima che appaia sulle tavole dei palcoscenici; se si riesce ad accostarsi alle realtà marginali, che spesso sono tali soltanto rispetto alla ormai insopportabile ufficialità, abbandonando comunque reciproci e sempre colpevoli sospetti, allora può darsi che si abbiano – forse più spesso di quanto si creda! – piacevoli sorprese. Abbiamo avuto modo, in questi ultimi anni, di riandare col pensiero, anche con la riflessione critica e soprattutto con la rivisitazione concreta della loro operatività, a talune realtà del territorio, seguendole dentro, ma anche fuori dei suoi confini: alcune di loro hanno, infatti, affrontato il confronto con realtà similari nella penisola, uscendone anche bene. E ci siamo proposti di continuare a farlo, ovviamente nei limiti del tempo a disposizione (che troppo spesso, però, sono limiti della volontà… di farlo), mentre il tempo bisogna trovarlo, non solo per i su indicati motivi, a carattere squisitamente artistico, ma anche per una questione di etica della responsabilità, soprattutto in zone come la nostra (ma ormai la cosa si sta generalizzando!), purtroppo ad alto tasso di conflittualità (fra gruppi o compagnie, operanti nello specifico), con la sostanziale indifferenza delle istituzioni, e qualche intervento critico più recente, attento a problematiche di carattere organizzativo o di politica culturale in genere (sacrosante comunque, ma non esaustive), piuttosto che agli esiti artistici, assai poco seguiti o verificati.

Piccoli teatri crescono, dunque; e bisogna prenderne atto. È il caso della Compagnia dell’Eclissi, che lavora (fra gli immancabili problemi e le non meno immancabili contraddizioni) al Teatro “A. Genovesi” di Salerno, in un’ala dell’omonimo istituto scolastico, ma in piena autonomia gestionale e operativa. La Compagnia è formata da attori (e operatori teatrali in genere) giovani, quindi in via di formazione, ma anche (soprattutto) meno giovani, con una notevole esperienza alle spalle e, in alcuni di loro, una bella cultura nello specifico teatrale, di cui coltivano sostanzialmente – senza infingimenti e con salutare consapevolezza – l’aspetto drammaturgico, nel senso stretto della parola. A loro merito va una valida ed efficiente rivisitazione di tanta letteratura drammatica novecentesca, con ripescaggi e offerte (in)formative da non sottovalutare, utili alle nuove, ma anche alle vecchie generazioni, ormai a rischio di perdita della memoria storica dello specifico (e non solo di quello!).

Marcello Andria, regista dello spettacolo pirandelliano

Marcello Andria, regista dello spettacolo pirandelliano

Nei giorni scorsi abbiamo assistito alla messa in scena (adattamento e regia di Marcello Andria) di un testo pirandelliano (O di uno o di nessuno), non giudicato fra i maggiori, anche se risalente al 1929, quando la stagione dei “miti” sembrava offrire un Pirandello nuovo, quasi sconfessato, però, da questa specie di ritorno a problematiche e ambientazioni piccolo-borghesi, dove tuttavia si confermava o ritrovava il creatore di superbe macchine teatrali. Tratto da una sua novella, come spesso avveniva all’Agrigentino, il dramma è incentrato sul tema della maternità e paternità, rinvenendosi solo nella prima la vera dimensione disinteressata e naturale del rapporto fra i sessi, intervenendo invece, nella seconda, motivi egoistici, suscitati da quel senso dell’avere e dell’onore che sono retaggio dei condizionamenti sociali. In scena si presentano due giovani amici, Tito Morena e Carlino Sanni, divenuti anche colleghi di lavoro da quando, dall’originario Veneto, sono approdati nella capitale, dove esercitano la funzione di segretari ministeriali. Non potendosi permettere, per il loro magro stipendio, una vita più o meno decorosa, da veri amici sembrano voler condividere ogni cosa e, stimando economicamente impossibile impiantare una famiglia, pensano di condividere anche una donna, per cui fanno venire a Roma una ex prostituta, Melina, cara amica della loro scapestrata giovinezza, la quale riesce a dividere equamente fra i due cure ed amore. Tutto fila diritto finché Melina s’accorge di essere incinta: la natura, poco rispettosa delle situazioni governate da un eccesso di razionalità, butta all’aria la comoda costruzione che i tre avevano costruito con il loro ménage; una donna si è potuta dividere fra due, ma un figlio no; sarà sicuramente o dell’uno o dell’altro (evidentemente Pirandello non si muove completamente, e con tutti gli effetti, in direzione della famiglia allargata!). Saltano così i falsi equilibri e fra i due amici insorgono meccanismi di antagonismo, si direbbe di un veteromaschilismo forse neppure oggi del tutto superato, o chiaro nelle sue esternazioni comportamentali e nell’ambiguità dei suoi motivi di fondo. La dolce e remissiva Melina, che si è sempre piegata alla volontà dei due uomini, ora si mostra fermamente determinata a non disfarsi in nessun modo del figlio, che comunque è certamente suo; ma poco dopo il parto muore. Il bambino, ormai senza madre e con due padri, resta conteso fra i due ex amici, in una vita di relazione sempre più minata da risentimenti, rimorsi e scatti di violenza, che non riesce a governare neppure l’intervento mediatore dell’avvocato, coinquilino degli stessi (ma la vicenda, nel dramma, è contratta rispetto ai tempi più lunghi della novella, volgendo verso un precipitoso finale). Sarà la sorte a dar soluzione all’increscioso caso: vicino all’abitazione della povera Melina vive un uomo, il signor Franzoni, che ha la moglie ma non il figlio, in quanto è stato sacrificato per salvare la vita di lei; offrendosi di prendere con sé il bimbo conteso, adottandolo e promettendo di allevarlo con la moglie come fosse loro, il buon uomo contribuisce all’insperato lieto fine, per cui i due amici/nemici, finalmente riconciliati, vanno a buttarsi, piangendo, l’uno nelle braccia dell’altro.

Il Teatro Genovesi dove si esibisce la compagnia dell'Eclissi

Il Teatro Genovesi dove si esibisce la compagnia dell’Eclissi

Un melò in piena regola, si direbbe; se non fosse per la scrittura drammaturgica dell’Autore, sempre così tesa, concitata, veloce nel suo dispiegarsi, senza sbavature, con il tragico ancora ben amalgamato al grottesco e, soprattutto, con quelle ambiguità di fondo che rendono creativo l’intervento di un regista intelligente, facendo esplodere l’immancabile sottotesto. Pirandello infatti (come il grande teatro in genere) abbisogna di un’arguta regia, che mai può ridursi a semplice concerto della recitazione degli attori (è anche questo, ma non più e non soltanto questo); è, piuttosto, esplicitazione di un’idea guida, di una lettura del testo che ne manifesti la vitalità, la contemporaneità se si vuole, il necessario passaggio dalla lettera morta della pagina scritta alla vita vissuta, anche per poco, sulle tavole del palcoscenico (da questo punto di vista ogni buon lettore è già un piccolo regista dell’opera che legge, la quale, solo per questo, non resta ferma e inutilizzata nei segni grafici della pagina, come Pirandello stesso capirà, dopo l’equivoco – sublime certo! – dei Sei personaggi, alla fine del suo iter artistico).

Marcello Andria è stato questa volta regista a tutti gli effetti dello spettacolo; non tanto, o non solo, per l’indispensabile adattamento del dramma (già iniziato, al solito, dall’Autore stesso sul corpo della sua precedente novella, sfrondandone la vicenda di qualche personaggio teatralmente superfluo e tagliando particolari non più indispensabili ai nuovi ritmi e alle diverse leggi del palcoscenico); è stato regista (non régisseur o semplice direttore di scena) soprattutto per l’idea guida che l’ha mosso, rendendolo – come subito si dirà – più pirandelliano dello stesso Pirandello o, se si preferisce, più coerente alla graffiante essenza della sua drammaturgia di quanto lo sia stato l’Autore stesso, almeno in questo testo: il quale, per i toni grigi, quasi crepuscolari, delle sue scene e l’ancor più forte grigiore nella psicologia dei suoi personaggi, privati ormai delle amare, allucinate discettazioni degli onnipresenti raissoneurs, e con quel finale improvviso e improbabile, quasi giustapposto (lo si è detto) e comunque di maniera, non a caso poco convincente – a quanto sembra – per lo stesso Pirandello, rischiava di diventare una commedia lagrimosa, magari ascrivibile al secolo precedente! Una commedia, forse, più arida che crudele, e – nonostante l’arditezza, per i tempi, della situazione portata in scena – una commedia senza vero dolore, come non mancò di mettere in rilievo certa critica contemporanea alla sua uscita. L’idea guida del regista ha strappato il testo a questa deriva, conducendolo alla sua dimensione più propria, o comunque a quella scenicamente oggi (e non solo oggi) più attendibile, cioè a quel grottesco, privo di facili bozzettismi, carico invece di sconcertante relativismo, di cui la drammaturgia pirandelliana fu lucida, freddamente disperata, manifestazione. Ha fatto, insomma, della vicenda di Melina il dramma della crudeltà, del cinismo, della sostanziale immaturità dei suoi due amanti, ancora “due bambini”, come giustamente li apostrofa uno degli ultimi, ironici raissoneurs pirandelliani, l’avvocato Merletti, che ne coglie presto l’incapacità di amare veramente, spaventati come sono da quel senso di responsabilità che non dovrebbero più avvertire come un peso, portati, invece, consapevolmente o meno, a giocare ancora, perfino con i sentimenti altrui, magari a perpetuare ogni sera, in tranquilli dopocena, quelle “partitine a dama” cui volentieri li vedrebbe ancor dediti, per la sua interessata tranquillità di affittacamere piccoloborghese, la signora Elvira. Non a caso, nella bellissima scena iniziale – quasi una sequenza cinematografica, ad apertura di sipario – il regista ritrae i due giovani protagonisti, fissando sui loro volti l’attenzione degli spettatori, proprio in una di quelle emblematiche partite, per poi riprendere quasi la stessa scena, con un bel coup de téâtre, a fine commedia. A sottolineare, con tragica evidenza, quanto di cinicamente liberatorio (non di amicale e troppo facile consolazione) ci sia nella comparsa finale di quello che si è rivelato un vero e proprio deus ex machina della vicenda. Ed è anche molto bella, coerente e sicuramente indovinata, la scelta registica, sempre a fine commedia, di far apparire la povera Melina (quando, come avverte un’emblematica didascalia, “non è più possibile segnare l’ordine delle battute”), per dire le sue, cioè le ultime, anche se ne è stata appena dichiarata la morte, sottolineandone così il dolce e surreale delirio (quasi da eroina donizettiana, visto che i suoi gesti e la lunga, avvolgente camicia da notte ricordavano la Lucia callassiana, nella celebre scena della follia): un delirio immerso nella crudele contesa di due ottusi e perduranti orgogli.

L'attore Enzo Tota

L’attore Enzo Tota

Bravi gli attori, ovviamente anche nel secondare le direttive del regista; a cominciare dall’espertissimo Enzo Tota (nel ruolo dell’avvocato Merletti), maschera pirandelliana ormai collaudata, con la sua lucida ironia che questa volta ben si accompagnava alla più calda e saggia umanità del personaggio. Perfetta Marica De Vita, nella parte della signora Elvira, della quale ha colto scatti o sfumature di comportamento che ben si addicono ad un’ottima caratterista, come si diceva nel vecchio teatro all’italiana. Bene, nella sua breve comparsa (il dottore) Andrea Iannone. Ma una lode particolare va a Gerarda Mariconda, che ha reso il non facile ruolo di Melina con encomiabile equilibrio, senza facili sbavature melodrammatiche anche nelle scene più rischiose in proposito, quella della sua ultima apparizione in particolare, dove, come si evince da quanto più sopra detto, l’atmosfera surreale e la quasi cantabilità della recitazione hanno dato un significato diversamente pregnante ad un’aggettivazione in genere usata in senso tutt’altro che positivo. Infine i due giovani protagonisti, stranamente corrispondenti ai tratti che ce ne offre l’ambigua scrittura pirandelliana (almeno quella più analitica e nascosta della novella originaria): “certo uno – Tito Morena – era più bello; ma Carlino Sanni (che non era poi brutto neanche lui…) molto più vivace e grazioso dell’altro”. Non era facile, al di là delle caratteristiche fisiche, rappresentare l’inconsistenza patetica e morale dei due personaggi, rendere persuasivo e credibile un travaglio interiore estremamente complesso, (come si è visto) anche notevolmente contraddittorio, forse al di là delle stesse intenzioni dell’Autore e della rilettura fattane dal regista. Ebbene, Mario De Caro e Marco De Simone, nei ruoli rispettivi degli amici/nemici, ci sono riusciti: persino talune acerbità, residuali nella loro recitazione di interpreti evidentemente giovani, si rivelavano funzionali alla resa di quei personaggi, della loro identità esuberante e ambigua al tempo stesso, propria forse di una generazione che, ieri come oggi, a stento riesce a nascondere comprensibili incertezze, forme di cinismo che servono a debellare o almeno mitigare le paure dell’inconscio. Che, da parte sua, vuole continuare perennemente a giocare con una ineludibile ma pericolosa razionalità, che drasticamente mangia le pedine in cui ci si è trasformati e, non ammettendo distrazioni, ne elimina la presenza con un semplice soffio. Come in una partita a dama, appunto.

 

 

Informazioni sull'Autore

Numero di voci : 103

Lascia un Commento

© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

Scroll in alto