Home
Il blog de IConfronti utilizza cookie di servizio e di analisi. Continuando la navigazione accetti l’uso di tali cookie. Più informazioni.
Tu sei qui: Home » Cultura » Quell’Africa di apparizioni e miraggi purtroppo ignota in Europa

Quell’Africa di apparizioni e miraggi purtroppo ignota in Europa

Quell’Africa di apparizioni e miraggi purtroppo ignota in Europa
di Rosaria Fortuna
Rosaria Fortuna

Rosaria Fortuna

Il tormentone di questa estate 2018 sono stati gli immigrati. Lo slogan “aiutiamoli a casa loro” è stato il mantra. Per capire davvero cosa voglia dire “aiutiamoli a casa loro”, ne ho parlato con Virginia Ciaravolo,  docente universitaria di Psicologia clinica presso La Sapienza, in Roma, psicoterapeuta e criminologa, presidente di “Mai più  violenza infinita Onlus”, associazione che si occupa, da anni, di violenze di genere, di abusi sui minori, cyberbullismo, in Italia e in Africa. E proprio in Africa, in questo momento, si trova Virginia Ciaravolo, e da lì mi ha rilasciato questa intervista, partendo dal famigerato mantra.

Aiutiamoli a casa loro, è uno slogan molto in voga di questi giorni, ogni volta che si parla di immigrati. Parlaci della tua esperienza visto che ti occupi di aiutare gli immigrati, a casa loro, in Africa, ormai da dieci anni.
Né questo slogan né altri mi appartengono. La mia idea di solidarietà non include recinti. Si aiuta laddove ce ne è  bisogno. L’associazione “Mai più’ violenza infinita Onlus”, associazione di cui sono presidente, aiuta le donne vittime di violenza di genere, combatte gli abusi sui minori, in Italia e all’estero, ma non distinguiamo le persone dalle azioni. L’esperienza africana segue quella italiana. Per aiutare gli ultimi occorre investire in cultura, prevenzione, formazione/informazione. Ed è per questo motivo che, dieci anni fa, abbiamo cominciato con progetti dedicati all’istruzione dei piccoli bambini del Kenia, e progetti di prevenzione per le loro madri. Ad oggi abbiamo portato a compimento, con l’aiuto di partner come Expoitaly, e quest’anno anche con l’ingresso di “Garante Condominio”, la costruzione di cinque scuole, un ambulatorio pediatrico, un orfanotrofio. In Africa sono arrivata in punta di piedi, adesso cammino spedita.
Quanto cambia un’esperienza del genere e cosa regala?
L’esperienza africana è magia, ha il potere, forte di farti fare pulizia degli stereotipi. Ti regala tantissimo, se ti consegni emotivamente a questa terra. Dico, scherzando, che ho avuto due vite: la prima dove sembrava che ogni cosa dovesse corrispondere ad uno schema, nel mio caso lo schema è quello di una professionista che cerca di fare bene il proprio lavoro, ma che dà la priorità a scelte ben contestualizzate. La nuova vita africana, da dieci anni a questa parte, mi ha “alleggerita”, ha fatto venir fuori la zingara felice che era seppellita sotto cumuli di “devo”. L’aggettivo felice è legato a condivisioni autentiche, a relazioni semplici. In questo senso l’Africa mi ha dato molto.
Stai usando Fb, in questi giorni, per testimoniare, la tua esperienza. Un reportage volto anche a coinvolgere chi è distante, e ha partecipato, con te,  dall’Italia. Quello che colpisce è  la leggerezza colorata di ciò che fai.
È proprio quello di cui parlavo prima, ho imparato che alcuni parlano di impegno sociale senza sporcarsi, allegramente, le mani. Lo fanno ingessati nei loro abiti blu. Quella non è solidarietà, se vuoi che l’Africa ti trasformi, serve abbassare le difese e consegnarsi al luogo, con un  pizzico di coraggio e mescolandosi a loro. Rispettando i loro usi, si dà anche valore alle loro azioni.
Bambini, donne, anziani sono l’anello debole di qualsiasi sistema sociale. Quanta Africa c’è in Italia e viceversa.
Le condizioni dei più deboli sono le stesse in Italia e in Africa, solo che in Africa siamo indietro di circa venti anni. La donna africana deve lottare ancora fortemente. In Africa, in una immaginaria lista, la donna è all’ultimo gradino della scala sociale. Si occupa, prevalentemente, della casa, dei figli, dell’agricoltura. Subisce violenza all’interno dei nuclei familiari, nuclei familiari che non sono mai ufficializzati. La legge keniota permette agli uomini mussulmani e non di avere più mogli. Dopo aver partorito due o tre bambini, accade che la donna venga messa alla porta, senza diritti, e senza un luogo in cui stare. Cancellata, buttata, come un vestito fuori moda. Ma la forza delle donne africane si rivela in questi momenti, la loro caparbietà le fa diventare coraggiose, indomite. Si inventano mille mestieri per sfamare la prole. Le vedi vendere monili ai turisti, lavorare nei cantieri a spaccare pietre, cucire abiti dai colori sgargianti, cucinare cibo africano in grossi pentolini agli angoli delle strade, trascinare fascine di legno per farne carbonella e poi venderla.
Raccontaci una tua giornata di lavoro in Africa e una tua giornata di lavoro in Italia.
La prima regola per entrare nel clima africano è seguirne i ritmi. In Africa alle 18.00 fa buio, le capanne raramente hanno elettricità, ed allora ci si sveglia al mattino presto, per poi andare a letto alle 21.00. Le giornate qui trascorrono con puntate ai cantieri, se abbiamo in atto una costruzione, riunioni con i muratori, ricognizioni per spuntare i prezzi migliori per ciò che ci occorre. Tra un’azione e l’altra c’è il tempo per un caffè, per un bagno, in questo mare meraviglioso, e per farsi rapire dall’incanto di un paesaggio. Alle 18.00 ci sia avvia a casa per la cena. All’inizio è stato difficile, la risposta di un bambino, ad una mia domanda, mi ha aiutata a capire:
Come fai ad andare a dormire così presto? 
– È meglio mama se dormo, se dormo non penso alla pancia che mi fa male perché è  vuota.
In Italia, la mia sveglia suona ugualmente presto, ma comincia con gli abiti e le scarpe che costringono il mio corpo in una divisa triste. Poi in macchina, nel traffico, in  giro per accaparrarmi un posto, ed infine chiusa nel mio studio dalle 7 e 30 del mattino alle 18.00 di sera, se non sono in giro per l’Italia per corsi e convegni. Alle 18  esco di corsa per andare al supermarket, preparo la cena per la famiglia, e se la stanchezza non la fa da padrona, guardo un film e poi vado a letto.
Hai organizzato anche una piccola spedizione per vendere i manufatti ai turisti.
Ho voluto condividere con le donne africane una loro giornata lavorativa. Sono andata con loro a vendere monili ai turisti, all’isola dell’Amore. Il Kenia è soggetto al fenomeno delle maree. Le isole, con la bassa marea, spuntano dal nulla, dei veri e propri miracoli della natura. Ci siamo avviate a piedi con la piccola mercanzia raccolta nei cesti, poi abbiamo appeso i nostri parei colorati, in attesa di qualche turista dei resort. L’incasso è stato magro, anche se loro sostengono che è nella norma. In mezza giornata, quattro donne hanno venduto piccoli oggetti per un totale, convertito in euro, di due euro. A fine giornata la marea si alza, e non si può ritornare a piedi. Una piccola imbarcazione, un doha la tipica barchetta keniota, ci ha riportate a riva per circa 50 centesimi. In conclusione, queste donne meravigliose hanno lavorato, sotto al sole, per un euro e cinquanta centesimi. Con questa cifra hanno assicurato ai loro bambini il pranzo e la cena.
Cos’è il mal d’Africa? 
Il mal d’Africa è una malattia meravigliosamente stramba. Ha lo stesso nome per tutti, ma i suoi sintomi sono individuali. È una malìa, è  il ricordo di un canto, di un sapore, di un odore. È  un cielo stellato, un tramonto infinito, è la certezza che pezzi di me sono altrove, e che per sentirmi integra devo unirli.
Quanto sono cambiati i tuoi gusti alimentari, e quanto tu hai contagiato i gusti di chi incontri in Africa.
La conoscenza di un paese passa attraverso il suo cibo, non tocco cibo italiano se sono qui, né loro lo amano in maniera particolare… Costano anche tanto i nostri prodotti. La mia permanenza in Africa, sotto il profilo culinario, passa attraverso sima (polenta), chapati (pane africano), mciccia (verdura buonissima), pesce e tanta frutta (mango, papaya, ananas, frutto della passione).
Cosa vuol dire “essere umani” per te. 
È una domanda difficile, anche se per me essere umani è  una cosa semplice. Essere umani è  abbracciare e stringere un bambino lacero, sporco, con il moccio al naso. È condividere e ascoltare in riva al mare racconti di vita.  È scambiare il tuo vestito con un fazzoletto di stoffa colorato. È restare ore a farsi fare pettinature da un gruppo di monelli festosi.
Come e dove ti immagini di vivere da qui a qualche anno.
L’ideale sarebbe poter vivere nel mio paese, l’Italia, in armonia con i miei ideali, e volare ogni volta che la malinconia preme in questo paese, l’Africa, che adoro. In fondo, come diceva Pino Daniele, mi sento nera a metà, anche se per i miei fratelli africani resterò per sempre Mama mozzarella.
In copertina, la professoressa Virginia Ciaravolo

Informazioni sull'Autore

Numero di voci : 3640

Lascia un Commento

© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

Scroll in alto