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Quell’autoradio nella Sarno che frana

Quell’autoradio nella Sarno che frana

Questo racconto fu scritto da Gerardo Malangone nell’immediatezza dell’evento tragico di Sarno e dei successivi accadimenti e commenti, di stampa e televisivi. Ci sono riferimenti a cose dette e scritte riguardanti i disboscamenti e i tagli di ciliegi per il nuovo casello di Nocera, il ricorso ai Marines da parte dei cittadini di Quindici bollati come camorristi, le facce dei governanti in visita di condoglianze che si aspettavano tumulti ed ebbero silenzio totale, certi strani rimpalli e distinguo televisivi, eccetera. Sono passati vent’anni e forse qualche cosa detta dal “poverocristo” morto nel fango ad ascoltare l’autoradio è ancora attuale.

di Gerardo Malangone
Gerardo Malangone

Gerardo Malangone

… Visto da qui sotto, il mondo non è così tanto brutto.

… Sì, è vero, lì, tutti dicono che si fa sempre più brutto e che sempre più vi succedono cose da paura. Ma a chi ne esce, magari senza preavviso, finendovi di sotto, non pare così brutto e gli piacerebbe tornarvi. Pure a costo di ripatirne la paura; perché qui sotto, sapete, la paura è un privilegio. Uno sfizio per uomini vivi; che, anche ora, io vedo alle prese con paura, sgomento e un gran confusione, di cui, qui, arrivano solo gli echi soffusi di ruote e cingoli di pale meccaniche. Fuor di quelli, un silenzio perfetto.

…

… A dire la verità, la giornata non era cominciata malissimo. Sì, è vero, pioveva, ma è maggio, e a maggio lo deve fare. Perché, se non lo fa a maggio, ma dopo, i contadini davvero rischiano di perdere il frutto di tutto un lavoro: così, da qualche giorno pioveva fitto fitto, e pure la temperatura non era proprio da maggio. Ma pure le stagioni, si sa, sono slittate un poco…

…

Nel pomeriggio, però, c’è stato un martellare di pioggia molto più insistito e s’è sentito un fremito venire dalla montagna, fra un ruscellare più nervoso d’acqua. Più tardi – era già notte – io sentivo tanti altri strani fruscii, sibili, brontolii, e rumori di cose spezzate; mentre la pioggia cadeva senza più nessuna pietà. All’ora del fatto, io ho avvertito solo una specie di “straap”, un rumore di pelle, cioè, o di corteccia, che viene scollata e, dopo, un galoppo di cosa che corre all’impazzata. Io mi trovavo per caso a parcheggiare la macchina davanti casa mia: appena spento il motore mi sono sentito spingere con forza contro il muro. «Porca miseria porca.., ho pensato, …qualcuno m’ha tamponato!». Perciò, istintivamente, ho cercato di scendere per vedere chi cazz’era, ‘sto stronzo; ed ero assai incazzato perché un tamponamento di notte, e pure sotto un diluvio, è sempre un cazzo di guaio… Ma pure una cosa improbabile, a pensarci bene, visto che non circola mai nessuno dalle parti di casa mia…

… Insomma, io cercavo di uscire, ma lo sportello non funzionava più bene, forse s’era inceppato, e non riuscivo ad aprirlo.

… Intorno, tutto nero…

… Poi l’auto è andata giù, diritta a capofitto, come una barca in un’onda, in fondo a tutto quel nero.

Da allora io sto fermo qui sotto e, per ingannare il tempo, ho acceso l’autoradio,

… mi sono sintonizzato…

In questo preciso momento, ascolto una tavola rotonda dove ci sono quelli che insistono col dire che questo è “un disastro annunciato” e che è solo venuta l’ora di pubblicamente ringraziarne gli autori: abusivisti edilizi, incendiari di boschi e, dulcis, camorristi. Invece, su un altro canale, il moderatore si chiede e chiede a tutti quanti, e vorrebbe sapere in diretta perché in quella valle di fronte si sono tagliati i ciliegi per fare quel nuovo casello autostradale. Sarebbe bello saperlo, ma com’è che, prima, nessuno, passando per il casello che c’era, pensò di farci sopra un’inchiesta televisiva? Poi quello vorrebbe sapere un sacco d’altre cose, ma quelli seduti in tondo distinguono tutti in coro: «sa, noi siam di destra.., sa, noi siam di sinistra…» mentre altri, su altri canali, annunciano che in un paese qui dietro la montagna, siccome non sarebbero amati dalle autorità italiane in quanto presunti paesani di camorra, hanno chiamato i Marines e non i pompieri italiani. Nel mio paese, invece, fra le proteste di quelli che conoscendo i luoghi già gridano al disastro, le prime notizie avvertono che è quasi tutto a posto, ma è andata via la luce e non si vede niente: sarà certamente per questo che solo domani mattina vedranno che mancherà all’appello dei vivi qualche frazione intera.

«Non era prevedibile!», affermano fortissimo i pubblici responsabili. Però hanno facce un po’ livide, mostrano qualche tic, si guardano intorno nervosi, non sembrano troppo certi; e sui giornali riaffiorano storie d’altre frane, cose non tanto vecchie, processi ancora in corso…

…

… Le cose più interessanti e serie le trovo in rassegna-stampa: infatti, lì, c’è pure chi scrive che in queste nostre nuove giornate di pace, con i muridiberlino caduti e quelli delle dogane che cadono/cadranno, non possiamo lasciare gli eserciti a oziare nelle caserme mentre è del tutto evidente che è proprio il fronte ambientale il Carso del Duemila: addestriamoli dunque a battersi su questa nuova trincea, dove può ben riscoprirsi l’utilità d’un servizio reso per nuovo amore di patria. Un altro opinionista scrive impietosamente che (a parte il caos urbanistico e le colpe di chi s’è fatta la casa nei posti più sbagliati) quando un Paese uccide la sua agricoltura e i suoi boschi in così pochi anni; quando nessuno fa più il mestiere di pastore e dappertutto si smettono le colture di collina, allora è logico e ovvio che le acque e le montagne possano imbarbarire. E quando poi prendono a rotolare a valle non solo non c’è più nessuno che – magari per salvare i suoi noceti o i ciliegi – rimedi alla svelta riparando un muretto o ripulendo un alveo, ma neppure c’è più chi se ne accorga e corra giù in paese a dare il necessario allarme.

Sempre in questo preciso momento vedo vice-ministri e ministri accorrere trafelati con le mutande in mano e poi parlarsi fra loro con bocca a culo di gallina per farsi attribuire con decreto d’urgenza le meglio competenze. E, alla faccia di chi s’aspettava e temeva falò di dura protesta, barricate, tumulti, schiamazzi e movimenti di piazza, un grande silenzio accoglie tutto lo Stato Ufficiale in visita condolente e abiti grigioscuro che affogano nella vergogna, un poco controluce, d’un mare di bare bianche. Noi, infatti, gli abbiamo dato tutto il silenzio che c’è qui, tutto il silenzio che abbiamo, per fargli ascoltare per bene non già la nostra voce di gente senza più voce ma quella della coscienza…

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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