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Questa è l’ora di un’insurrezione culturale

Questa è l’ora di un’insurrezione culturale
di Gigi Casciello

Foto: ilsecoloxix.it

Esattori che hanno ridotto sul lastrico oltre quattrocento Comuni, personaggi improbabili che hanno cambiato vita da eletti in un consiglio regionale, piccoli imprenditori che si ritrovano pignorati anche i beni di produzione per non aver pagato tributi diventati insostenibili per more con tassi al limite dell’usura, una disoccupazione inarrestabile e non solo nel Mezzogiorno. In questa Italia ridotta così, che al mattino si sveglia sempre con una brutta notizia in più, i partiti che sostengono il governo dei banchieri e dei tecnocrati piuttosto che tracciare uno straccio di linea sulla quale muoversi, rinnovare la propria classe dirigente e tentare in qualche modo di riconquistare credibilità e consenso, si preoccupano di salvaguardare la nomenclatura con una legge elettorale che, se mai ci sarà, prevederà qualche alchimia che preservi le attuali classi dirigenti con annessi peones. Ma quel che è peggio, da Bersani a Berlusconi, da Alfano a Renzi, da Fini a Casini, da Maroni a Di Pietro, è che si preoccupano di mantener ben salde le posizioni di monopolio all’interno dei propri partiti.
Ma davvero Bersani e Renzi pensano di entusiasmare qualcuno, a parte le rispettive corti dei miracoli che in qualche modo riescono a mobilitare un po’ di militanti con clientele residuali, con regolamenti per le primarie ispirate al “Monopoli” piuttosto che spiegare quale idea hanno per l’Italia e per tirarla dalle secche di una crisi che ha impoverito il ceto medio e la piccola e media impresa?
Non sembrano più consapevoli quelli del centrodestra illusi di poter limitare i danni provocati dal “Laziogate”con le dimissioni della Polverini, come se Fiorito fosse il solito “mariuolo” capitato lì per caso. E così Berlusconi convoca i suoi per informarli che la battaglia non sarebbe persa se si trovasse il modo di insinuarsi nelle crepe di un centrosinistra che con il consueto masochismo potrebbe perdere Lombardia, Campania e Lazio per la presenza di liste civiche di area. Insomma, anche in via dell’Umiltà sono convinti che basta attrezzarsi con un’opportuna legge elettorale per arginare la deriva.
Fini e Casini temendo di fare tappezzeria invece sono saliti per primi sul carro di Monti: meglio iscriversi al club degli sponsor dei banchieri piuttosto che essere schiacciati dall’onda populista.
Ma il vero rischio è che la gente a votare non ci vada, consegnando, come è accaduto a Napoli con De Magistris quando al ballottaggio andò poco più del 30% degli aventi diritto, il Paese ad una minoranza elitaria ostaggio della grande finanza internazionale etero diretta dal Governo tedesco. Ecco perché mai come ora serve un’”insurrezione” culturale: mobilitarsi per partecipare. Mobilitarsi per riappropriarsi, ciascuno dalla propria parte e per la propria parte, degli spazi occupati da personaggi logorati, inadeguati e talvolta disonesti. Tra l’altro con l’arroganza degli impunti.

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