Ranieri al Verdi di Salerno, che delusione

Ranieri al Verdi di Salerno, che delusione
di Pasquale De Cristofaro
Il regista De Cristofaro
Il regista De Cristofaro

“Gli Shakespeare del nostro scontento”. Ebbene, fu proprio Gordon Craig, all’inizio del secolo appena passato, a ritenere impossibile per i teatranti moderni mettere mano al grande drammaturgo inglese. Troppa la distanza e la miseria del teatro suo contemporaneo per poter gareggiare con l’infinita sapienza drammaturgica di un secolo d’oro del teatro europeo. Troppo naturalistica e filistea la scena borghese per poter credibilmente rappresentare il respiro grandioso del teatro elisabettiano. Le messe in scena, a suo dire, sarebbero state sempre deficitarie rispetto alla ricchezza e densità della sua scrittura. In realtà, questa affermazione, sembrata subito paradossale quanto provocatoria, ha in sé qualcosa di vero. Infatti, a parte alcuni grandi maestri che hanno saputo realizzare spettacoli memorabili, spesso chi si è cimentato in questa impresa ha fallito miseramente. Ne sono un esempio gli ultimi tre Shakespeare che ho visto sulle scene a Salerno e dintorni. Tutti e tre, firmati da attori che hanno voluto assumere anche la responsabilità della regia, Rigillo, Placido e Ranieri. Questi, assecondando la scia di una cultura teatrale tentata dal ritorno del “mattatore” e volendo così segnare una forte discontinuità con la grande regia italiana del secondo novecento, hanno pagato però pegno. Per Mariano Rigillo, l’impresa era proprio di quelle impossibili; il Tito Andronico, infatti, è uno di quei testi da far tremare i polsi ai più audaci. Un plauso al suo coraggio ma, onestamente bisogna riconoscere che l’impresa in gran parte è stata decisamente deludente.  Re Lear, per Placido è stato anch’esso uno spettacolo di dignitosa fattura ma, tutto sommato ordinario. E Shakespeare non tollera toni medi e ordinari. A tale riguardo, il più manchevole di tutti è stato il Riccardo III, di Ranieri. Quest’ultimo ha mantenuto sostanzialmente lo stesso impianto dello spettacolo estivo andato in scena nell’Arena di Verona. Scena imponente (un cilindro ruotante con diverse soluzioni) costumi di ottima fattura, elegantissimi e moderni (non bastano però i costumi a far diventare il drammaturgo nostro contemporaneo); al tempo stesso, purtroppo, ha mantenuto anche i microfoni per gli attori. Già sentire gli attori microfonati, in un teatro come il Verdi, mi è sembrata una pratica assolutamente inopportuna; inoltre, questo fatto ha determinato un spostamento netto di tutta la rappresentazione su una esteriorità di maniera priva di quella poesia tragica che da sempre caratterizza i testi di Shakespeare. Una rappresentazione con poca anima e poco pensiero. Molto sicura di sé, stentorea nella sua potente declamazione ma priva di colori e vero dolore. Una storia “pulp” con pistole sempre pronte grossolanamente a dare una morte moderna alle tante vittime della follia di Riccardo. E poi, fumo, tanto fumo. Gli attori non hanno fatto altro che fumare, fumare, fumare. Insomma, un po’ troppo fumo e pochissimo arrosto.

 

redazioneIconfronti

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