Ravello patria di democrazia

Ravello patria di democrazia
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

Il primo significativo frammento istituzionale della futura vita democratica del paese, dopo la  parentesi della dittatura fascista conclusasi con la sconfitta della guerra, la storia contemporanea lo ritrova a Ravello, dove il 5 giugno di settant’anni fa il re Vittorio Emanuele III affidava la luogotenenza del Regno d’Italia al figlio Umberto. Il re era ospite del duca Riccardo di Sangro presso Palazzo Episcopio, il sontuoso edificio nel quale il 24 aprile era avvenuto il giuramento del primo governo di unità nazionale. Ravello, fiera di quella pagina che apre i futuri percorsi dell’Italia libera e antifascista, recupererà il senso e gli echi di quegli eventi proponendo, giovedì prossimo, un viaggio nei giorni febbrili della costruzione del nuovo corso storico, quando grazie ad una mediazione di Enrico De Nicola, presentata anche a nome di Carlo Sforza e Benedetto Croce, fu individuata la soluzione che avrebbe sbloccato una preoccupante impasse istituzionale e si optò per il mantenimento formale della titolarità del trono da parte di Vittorio Emanuele III, ma solo per il trasferimento di tutte le funzioni al figlio Umberto. L’accordo, che si sarebbe concretizzato poi con l’ingresso delle truppe alleate a Roma, prevedeva inoltre, alla fine della guerra, una consultazione popolare per l’elezione di un’Assemblea costituente e la scelta sulla forma di Stato. Siamo nei giorni del primo governo post-fascista di unità nazionale, il secondo governo Badoglio, che avrebbe retto da Salerno le sorti del paese fino alla liberazione di Roma.

La storiografia ha indugiato molto poco sul “teatro” di quelle prime, incerte azioni politiche rivolte alla riconquista della libertà e Ravello, forte delle sue tradizioni civili, intende colmare quel gap, con una giornata di studi, giovedì 24 (mattina e pomeriggio), presso la chiesa monumentale di San Giovanni del Toro, che riporti l’incanto della sua terra al centro di quei processi generativi della democrazia italiana. Il recupero della storia è un elemento indispensabile per alimentare la cultura dell’identità dei luoghi, e con questa convinzione l’Associazione del Duomo, Ravello nostra e Il Vescovado si sono resi promotori dell’iniziativa che vedrà impegnati docenti di storia contemporanea, studiosi locali, custodi di memorie tramandate e di documenti e quanti sono cointeressati, a Ravello e in Costiera, a riscrivere, con maggiori particolari, una pagina inspiegabilmente ricca ma purtroppo sbiadita.

Si tratta di una mobilitazione che testimonia l’esistenza di una Ravello civile e democratica, che persegue obiettivi di ricerca e di studio per esclusivo amore della sua storia, una Ravello laboriosa e fortemente ancorata alla propria identità, lontana dallo sfavillio smargiasso delle gelide, onerose e fatue luci estive della ribalta.

La giornata di studio ripropone il tema delle tradizioni democratiche del Salernitano con le quali sarebbe il caso di cominciare a fare i conti. Non tutti sanno o ricordano, ad esempio, che dopo circa una settimana dallo sbarco alleato dell’8 settembre ’43, gli americani decisero la nascita del Corriere di Salerno, un giornale quotidiano che sarebbe durato solo pochi giorni, ma rappresenta uno dei primi fogli di un’Europa orientata verso il futuro. Stampato nei fatiscenti locali della tipografia Volpe in Piazza 28 Ottobre, era distribuito mentre ancora la città capoluogo viveva l’incubo degli attacchi tedeschi e la gente sbarrava gli occhi a ogni sibilo di vento o rumore sospetto.

“Salerno dopo circa venti anni ha di nuovo un giornale” si legge sul secondo numero, edito il 16 settembre del ’43. Per i redattori era “espressione della libera stampa e al di sopra di ogni ideologia di partito”, da qui l’assicurazione solenne ai lettori: “Sarà onesta fonte d’informazione”. In effetti, era il giornale degli alleati. Nel numero uno del 15 settembre la prima pagina aveva un titolo di orientamento per le truppe e per le popolazioni che ne manifestava l’intento militare e strategico: “L’avanzata alleata procede nelle vicinanze di Salerno”. Tre brevi sottotitoli allargavano gli orizzonti su fronti di guerra più ampi: “L’ottava armata avanza da sud”, “Le truppe sovietiche avanzano su tutto il fronte” e “L’armistizio italiano”. E in effetti, a rileggerle oggi, a distanza di settant’anni e al di fuori delle convulsioni informative che segnarono il problematico passaggio dalla dittatura agli albori di una incerta democrazia, le due pagine di testo del giornale (un “foglio” in senso tecnico, al costo di una lira) evidenziano una perfetta quanto dissimulata funzionalità delle tecniche giornalistiche utilizzate al disegno tattico-propagandistico degli alleati.

I “fatti” di Ravello, sui quali ci si interrogherà giovedì, sono pagine di storia immediatamente successive a queste dei primi giornali “liberi”, e si faranno attendere alcuni mesi, ma è identico il clima nel quali maturano. Sono i giorni in cui la ripugnanza per una storia umiliante del paese stava per essere cancellata da ideali di libertà e democrazia, sui quali dovrà essere sempre alta la soglia di vigilanza.

 

 

 

Titolo per l’interno

 

Nella città del Pasifal il re Vittorio Emanuele III affidò al figlio Umberto la luogotenenza del Regno. Una giornata di studi per ricostruire la nascita delle nostre libertà e del futuro del paese

 

Ravello, a Palazzo Episcopio

gli albori della democrazia

redazioneIconfronti

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