Ravello, ritorno al futuro contro la cultura patinata

Ravello, ritorno al futuro contro la cultura patinata

Celebrati in Cattedrale i 40 anni della Associazione fondata da don Giuseppe Imperato sr.

di Silvia Siniscalchi
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da sinistra: il reggente dell’Associazione, l’architetto Alberto White, la professoressa Raffaella Di Leo, l’avvocato Paolo Imperato, il giornalista Andrea Manzi e il sindaco di Ravello

È necessario pensare per Ravello e per il Mezzogiorno in generale a un effettivo processo di rinnovamento civico e culturale, che parta “dal basso” e dalla riscoperta dei valori più profondamente identitari e condivisi delle collettività. Un processo che non sia quindi, come spesso avviene, guidato dal dirigismo statale, regionale e provinciale, sovvenzionando gli apparati di enti costosi, non richiesti né necessari, che si trasformano in agenzie di spettacolo e confondono la vuota ed effimera spettacolarizzazione con la valorizzazione e tutela del patrimonio pubblico.
È quanto emerso dall’incontro organizzato ieri sera nel Duomo di Ravello per ripercorrere i 40 anni di attività dell’Associazione “Ravello Nostra”, fondata il 19 dicembre 1974 da un gruppo di studiosi e operatori culturali ravellesi con il sostegno e l’adesione di personaggi della cultura nazionale (quali Carlo Miranda, Aldo Spirito, Mariella Colonna), per sensibilizzare la coscienza civica di Ravello verso la conoscenza, tutela e valorizzazione dei propri beni culturali, artistici, monumentali, urbanistici e ambientali. L’incontro, con la presentazione dell’opuscolo “Cronaca del 4° Decennio: 2005-2014” (sunto delle attività dell’Associazione negli ultimi vent’anni) e un concerto della corale della Basilica-ex Cattedrale di Ravello diretta dal maestro Giancarlo Amorelli, è stato moderato dall’avv. Paolo Imperato (tra gli organizzatori dell’evento), con gli interventi di Raffaella Di Leo, Presidente regionale Italia Nostra, Alberto White, architetto e già docente universitario presso l’Università La Sapienza di Roma, e del giornalista Andrea Manzi. L’attività di Ravello Nostra – ha evidenziato Imperato – oltre che nella realizzazione di prestigiosi studi e pubblicazioni di carattere scientifico, si è distinta per le numerose iniziative volte alla preservazione dell’integrità del patrimonio culturale locale, in un confronto serrato con gli organi competenti. Un confronto oggi più che mai necessario, come ha sottolineato Raffaella Di Leo, non solo perché Ravello Nostra nasce quale “costola” locale di Italia Nostra, ma soprattutto perché alla storica disattenzione delle istituzioni verso la cultura “minore”, che contraddistingue tutti i paesaggi culturali italiani, si aggiunge l’attuale legislazione che, con il Decreto “SbloccaItalia”, confonde le idee di tutela e valorizzazione paesaggistica all’interno di un’ottica meramente economica, ponendo sullo stesso piano i concetti di valorizzazione e alienazione di un bene culturale, senza quindi distunguere le operazioni di recupero da quelle di svendita e privatizzazione. Una situazione molto grave che non tiene dunque conto, come ha proseguito l’architetto White, della necessità di conciliare le esigenze dello sviluppo territoriale con quelle della salvaguardia paesaggistica. Il territorio, realtà dinamica in continua trasformazione, non può certo essere considerato un’opera d’arte intoccabile tout court, ma mentre le generazioni precedenti hanno saputo modificarlo lentamente e senza violare la natura delle sue risorse, oggi si assiste a processi di trasformazione rapidi, violenti, invasivi e distruttivi. Proprio contro tali processi, particolarmente evidenti negli anni Settanta, allorché assai scarsa era la sensibilità collettiva nei confronti dei valori ambientali e paesaggistici, spesso sacrificati nel nome di una malintesa idea di benessere e sviluppo economico, si è battuta “Ravello Nostra”, come ha ricordato Andrea Manzi, nata sulla scia di un grande senso civico ispirato alla dottrina sociale della Chiesa, le cui istanze hanno interagito, grazie a don Giuseppe Imperato sr. (tra i principali ideatori dell’Associazione), con quelle degli altri soci fondatori (tra cui Don Pantaleone Amato, Vincenzo Liguori, Mario Schiavo, Giannetto Ansanelli, Mario Palumbo, Giovanni Gambardella, Luigi Cappuccio, Francesco Fortunato, Arturo Schiavo, Giuseppe Camera, Dora del Pizzo, Giovanna Amato, Giuseppe Guida e Lorenzo Imperato). Oggi più che mai il richiamo a questi illustri rappresentanti della cultura è indispensabile per recuperare il significato autentico dei valori collettivi e sfatare i miraggi di certe operazioni pseudoculturali calate “dall’alto”, elitarie, costose, prive di ricadute concrete per lo sviluppo culturale del territorio, che sottraggono importanza ai cittadini che dovrebbero esserne i primi beneficiari. Operazioni di vetrina che non portano verso la riscoperta dell’autentica cultura ma a una sua interpretazione vuota, estranea e nichilistica. La formazione delle nuove generazioni, a tal fine, è quindi importantissima: quali futuri depositari dei valori delle generazioni precedenti, i giovani devono essere guidati verso una maggiore consapevolezza dei propri diritti e dell’importanza di conoscere e preservare la cultura del proprio territorio.

Silvia Siniscalchi

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