Recuperati a Cannalonga tre affreschi del ‘500

Recuperati a Cannalonga tre affreschi del ‘500
di Michele Santangelo

fotoSerata di grande impatto religioso, culturale e umano a Cannalonga. Nella chiesa parrocchiale di S. Maria Assunta, gremita di fedeli, il vescovo di Vallo della Lucania, mons. Ciro Miniero, con l’intervento del responsabile della Sovrintendenza ai beni artistici ed ambientali della provincia di Salerno e il Sindaco, ha benedetto la nuova cappella del SS. Sacramento. In effetti l’ambiente adibito a questa destinazione era già esistente da alcuni secoli, visto che si tratta di un locale facente parte della citata chiesa parrocchiale. Questa, a sua volta, risale a circa sei secoli fa, o oltre, quando in zona erano presenti i monaci italo-greci che, com’è noto, partendo dalla Badia di Pattano si erano diffusi in molti posti del Cilento, fondandovi dei piccoli conventi, con annessi luoghi di culto, che, oltre a fungere da ricovero per i monaci, si presentarono fin da subito anche come centri della vita socio-economica e culturale per le popolazioni che pian piano vi si raccoglievano fondando dei veri e propri villaggi che diventavano grangie della Badia di Pattano. Tale, probabilmente, doveva essere anche la situazione di Tolve, come si chiamava a quel tempo Cannalonga. Nel giugno del 2006, fu inviato come parroco in questo paese, don Luigi Rossi, a quel tempo, e tuttora, docente di Storia Contemporanea all’Università di Salerno. Il religioso si rese subito conto che aveva davanti un gran lavoro, a cominciare dalla chiesa principale del paese, che versava in condizioni pietose, tanto che la sera di Carnevale, il primo che egli trascorreva in quel paese, la parte del soffitto che sovrastava il presbiterio crollò. L’avvenimento rese improcrastinabile un intervento di restauro, già progettato dal parroco. Difatti in poco tempo si diede inizio ai lavori. Fu proprio durante un’ispezione nel locale adibito a sacristia che il parroco, oltre alla struttura particolare del soffitto, realizzato a volte incrociate, notò l’affiorare di tracce di dipinti su una delle quattro pareti che, al momento era quasi interamente coperta da due grossi armadi. Una volta che questi furono rimossi si poté osservare la presenza di tre distinti affreschi, in gran parte coperti da pitturazioni approssimative e forse anche intonaci. I segni visibili facevano pensare a dipinti molto antichi che, però, avevano bisogno di interventi di restauro per poter diventare fruibili da tutti. Ed è quello che è stato fatto in questi anni, dopo aver superato le inevitabili lungaggini burocratiche e le oggettive difficoltà dell’intervento. Gli affreschi, sottoposti all’opera di mani esperte, oggi è possibile osservarli rivestiti della loro vetusta bellezza. Nella lunetta di sinistra, in buono stato di conservazione, è raffigurata l’immagine della Madonna che regge il Bambino sulle braccia, appoggiando con tenerezza di madre, la sua guancia a quella del figlio. I ragazzi che durante la cerimonia ne hanno illustrato il significato, l’hanno definita Madonna della Tenerezza. Si intravede nell’icona un monaco che offre alla Vergine un libro, forse quello delle regole. Particolare importante è un’iscrizione che ricorda chi ha commissionato l’opera, l’Abate Cesare Galluccio con l’indicazione della data, il 1560 o 69, l’ultima cifra non è molto chiara. Nella lunetta di destra è raffigurata sempre la Vergine, ma l’affresco è molto danneggiato, che regge il corpo di Cristo del quale sono ben visibili le gambe ed il bacino con parte del drappeggio del lenzuolo che ne avvolge il corpo. Le mani della Madonna con le dita affusolate come quelle del gruppo di sinistra, fanno pensare che l’autore, comunque ignoto, sia lo stesso. Al centro, tra le due icone, è raffigurato un crocefisso, realizzato, forse, in due riprese secondo la tecnica della pittura “a fresco”. Il ritrovamento, al di là delle considerazioni di ordine artistico e spirituale, riveste un importanza di rilievo anche dal punto di vista storico. L’altarino, il leggio e altre due sculture, l’una intitolata il “Silenzio” e l’altra una composizione che rappresenta l’ostia, tutte scolpite nel legno di ulivo, sono state donate dallo stesso scultore, Bruno Aloia. La serata si è conclusa con un concerto del complesso “I Damadakà”, che ha eseguito una serie di canti natalizi in dialetto napoletano.

 

redazioneIconfronti

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