Lun. Giu 24th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Renuntio Vobis

4 min read
di Giuseppe Amoroso

Il critico letterario e saggista Giuseppe Amoroso

“Renuntio Vobis”

di Sergio Claudio Perroni

Bompiani (pp. 99)

di Giuseppe Amoroso

3144079-9788845278556“Un enigmatico frate va a interrogare con le sue implacabili domande il vecchio papa che ha abbandonato il soglio pontificio, “gente che vomitava fiamme”, una rete di pericoli, ma anche il “gregge” a lui affidato, per ritirarsi in un uno sperduto monastero benedettino. Nella grande sala del chiostro l’illustre personaggio, in fuga dalla solitudine, dalle responsabilità, dalla stessa sua vita “sospesa a un filo”, indugia sulla tastiera di un pianoforte poggiando le sue pallide dita che “sembrano anch’esse tasti, stecche di carne adagiate su quelle d’avorio”. Si affaccia dalla “penombra che assorbe il ballatoio”, il nuovo arrivato, l’Ospite il cui saio è stranamente bagnato “come se venisse dal diluvio”, mentre, fuori, il tramonto è limpido e senza nuvole. Viene dal un giro lontano di mondo, ha una voce simile a una “convulsione dell’aria” che “smuove suono intorno a sé quasi fosse di carne” e parla “a denti larghi,quasi che le parole fossero bocconi roventi”. Nel romanzo di Sergio Claudio Perroni, Renuntio Vobis (Bompiani, pp. 99), emerge un progetto di pagina totalizzante, colta, di fisicità di corpi e di sibillini vuoti, in grado di convocare (talora con la funzione di sfere semantiche parallele) folate di parole solenni e concitate, citazioni di libri sacri, le didascalie di opere d’arte folgorate dall’immaginario, dettagli contestuali vibrati da un magico incontro di colori,suon ed emozioni serrate nel silenzio e nell’attesa di una prova della comprensione divina.

   Da qui uno scenario complice e allertato, piccolo recinto e tracciato planetario, affidato ad una struttura affabulante, tramata di componenti psicologiche, intrighi, terrore, inquietudine e corrispondenze di fatti anche idoleggiati, di memorie divelte dal loro nucleo esistenziale e biblico e diffuse in un amaro controcanto di bisbigli e grida. In una trasparenza impalpabile, al di là dei vetri le ”ombre dei monaci scorrono come nuvole lontane, gonfie come nuvole vicine”, mentre l’ombra che il pontefice proietta sulla parete “sembra un’acrobazia di rami”. Il filo di una congiura si snoda nella logica di un’interpretazione volta sempre a divenire invenzione narrativa,sorgente dall’empito dell’avventura e meno dalla compagine serrata degli incalzanti dialoghi sistematici. Fanno da tramite sfavillii di immagini metaforiche, i più inattesi impasti espressivi, certi coraggiosi oltranzismi linguistici operati dalle similitudini forgiate da un sempre operante laboratorio filologico. Tutto concorre a favorire una dimensione storica(di un oggi a cui giunge il referente soffio antico del “gran rifiuto” di Celestino V) nell’atto in cui la parola la trasforma in una sorta di favola nera. Quasi a “interrogare un riflesso” (e riflesso è un termine-guida), il frate avanza rimproveri aspri al suo nobile interlocutore che, guardando la finestra, parla “attraverso la sua parvenza sul vetro”. In una sospettosa aria di inganni e recriminazioni,le accuse e la difesa si esaltano o si incrinano tra i due contendenti accesi di passione :colpi di scherma,di riflessioni sulla caducità umana disegnano verità e rimpianti,paiono prendere le forme di figure effigiate in una’ammiccante, e volutamente molto visiva, cornice di mosaici e arazzi, guizzi di accorati interrogativi e di glaciale polemica. Per Il Vecchio non v’è “requie”;ma anche l’Ospite ha la sua pena e, districandosi da un “gorgo”, si aggrappa all’“acquasantiera”.

   La scrittura raffinata ha il potere di illustrare, in ogni sfumatura, le posizioni contrapposte e concede loro un di più di tenebrosa luce, avvolgendole con il respiro stordente di una malinconia di fondo, diffusa tra le quattro mura visitate, nei discorsi, da invisibili volti, fantasie ed echi e “lame d’ombra scandite come rintocchi”, e da segni nell’aria e da sagome che, nel duro dibattito, vanno in cerca di una verità, di una spiegazione al senso di colpa da cui il pontefice è invaso. Lentissimi, centellinati gesti aprono visioni vertiginose, schiudono un mondo che non è in quella stanza, ma vie che “all’uomo sembrano dritte ma all’altro capo sboccano in sentieri di morte”. La massima, la sentenza i versetti del Vecchio e del Nuovo Testamento, lo stringente assedio sapienziale indicano percorsi che, oltrepassando il registro dialettico, investono il “mondo assorto nelle tenebre”, fanno scoprire soprassalti misteriosi di pensieri nel buio ormai dilagante della stanza e, nello stesso tempo, si ritagliano spiragli sull’immenso universo. In un libro in cui un luogo chiuso può divenire osservatorio del fragile cammino dell’umanità, c’è spazio per leggere i criptici destini lungo i quali “avvengono le cose”. La fissità del movimenti dei due personaggi, bloccati nei loro discorsi (quasi un monito, o un agguato?, sulla ribalta di legno lucido una clessidra è “gabbia preziosa che scandisce il tempo”), subisce una metamorfosi radicale, è motore di impensabili sbocchi romanzeschi, fa sbocciare dai ragionamenti planimetrie di eventi, e anche la voce del pontefice, pur declinando “come un’eco senza approdo”, inanella sfondi, moltiplica la propria estensione, si fa preghiera e poi, sulla marea dei rimorsi, si spinge in un “rifugio di lacrime”. Il giorno, la notte e ancora il giorno: l’Ospite scompare nel “roveto”: il Vecchio “si gira,lo cerca accanto a sé, dietro di sé: non trova che aria”.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *