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Renzi e il secondo tempo per l’Italia: un futuro di riforme

Renzi e il secondo tempo per l’Italia: un futuro di riforme
di Stefano Ceccanti e Giovanni Celenta

Due settimane fa Monti ha ammonito le forze politiche del Paese ad “occuparsi di contenuti, a non distrarsi”. L’altro ieri Ciampi ha pronunciato accorate parole sui giovani che “…hanno voglia di impegnarsi”. Bisogna che possano coltivare la speranza di un domani diverso che assicuri un rapido superamento della crisi, che “credano che ci sarà un secondo tempo per l’Italia…”
L’ammonimento a non distrarci per avvicinare il secondo tempo lo si comprende se guardiamo le ricadute sociali ed economiche di questa gigantesca fluttuazione che, mentre tiene l’occidente europeo ed atlantico col fiato sospeso, altrove si esprime nella potenza di giganti geopolitici come la Cina, l’India, il Brasile, il Sudafrica, la Turchia
Occuparsi di contenuti e preparare il secondo tempo dell’Italia significa fare le riforme.
Sono le riforme, quelle esigenti che Morando e  Tonini chiamano l’Agenda Italia, gli strumenti capaci di saldare il primo al secondo tempo, il presente al futuro. Esse “misurano” alleanze e leader, non viceversa.
La scelta di muovere dalle riforme doveva essere il guadagno della stagione cominciata nel 93. È stata invece rimossa da un bipolarismo sanguigno, manieristico, in cui la competizione non ha poggiato sulla condivisione del comune destino nazionale e sul confronto nitido tra opzioni di programma consapevoli delle sfide da affrontare.
Adesso, mentre ci si prepara alla elezioni politiche del 2013, urge consolidare propositi e atti di riforma, solo sulla base dei quali orientare scelte e comportamenti. Il turno finale delle primarie del Centrosinistra esprime nitidamente quale sia la rilevanza assegnata da ciascuno dei contendenti alla riforme: se esse cioè connotino la proposta politica o costituiscono invece una variabile minore.
Bersani ha diluito la prospettazione di riforme incisive nella generica indicazione di un “po’ di più” di lavoro e un “po’ più” di solidarietà per “tenere” l’accordo di partito con Sel (comunità dei progressisti) ed avere mani libere con il Centro (alleanza larga).
Renzi, invece, ha coraggiosamente presidenzializzato la sua candidatura (a sindaco d’Italia) in funzione dell’esercizio di una leadership non transattiva, ma imprenditiva, quella descritta da Fabbrini come strumento necessario per le riforme. E, in virtù di questo suo posizionamento (un leader, un partito, un programma) ha assunto le riforme come baricentriche nella sua proposta politica. Dalla rilevanza che egli attribuisce al suo progetto (ispirato alla valorizzazione sussidiaria dei talenti degli italiani ed alla riqualificazione delle istituzioni pubbliche) discende che il mandato ricevuto venga inteso come conferito al programma (di riforme) del leader vincente.
Questa rappresentazione del voto alle primarie quale adesione alla (o rifiuto della) offerta di un programma/leader ha prevalso nell’immaginario collettivo. Ha scatenato in favore di Renzi una fetta consistente opinione pubblica, potenzialmente maggioritaria nell’elettorato complessivo (44% per Renzi rispetto al 34% per Bersani secondo le analisi del CISE) in quanto orientata ad una Alleanza/Esecutivo delle riforme. La partecipazione entusiasta e crescente alle primarie di domenica 2 dicembre di questo popolo avveduto ed operoso coronerebbe la limpida ed intemerata campagna con cui il “giovane” Matteo Renzi ha rimesso in pista la speranza che un secondo tempo è possibile.

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