Ven. Ago 23rd, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Renzi e l’inerzia di partito

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di Angelo Giubileo

Il premier Matteo Renzi

di Angelo Giubileo
Il premier Matteo Renzi
Il premier Matteo Renzi

“Il Pd s’identifica sempre di più con il governo ed il suo capo”. L’ha scritto il “vecchio” (sigh) Emanuele Macaluso, ma in fondo è una storia che si sente raccontare da tempo e che ha inizio quando, ormai più di un anno fa, il “giovane” Renzi ha assunto il doppio ruolo di premier della “nazione” e segretario del partito. Nel libro “Oltre la rottamazione”, in vendita dal 28 febbraio 2014, il nuovo messaggio del premier appena eletto fu: “Il mio partito non tiene le mani in tasca. Il mio partito si chiamerà Partito democratico. Ma non l’abbiamo ancora costruito davvero”.

Il progetto dunque era la costruzione di un nuovo partito, inesistente o rottamando, che diventasse democratico e che, letteralmente, non tenesse le mani in tasca. Progetto, almeno finora, tuttavia fallito!

In principio, si disse che il partito avrebbe dovuto essere “leggero” o “all’americana”. Quasi una sorta di comitato elettorale pronto a serrare i ranghi solo in vista del voto. Di ogni voto? No, non esattamente. Infatti, il voto alle europee è sì servito a rammentarci, subito e di tanto in tanto, che il Pd “di” Renzi riportò allora il 41% dei consensi (dei votanti).

E invece, il voto delle prossime amministrative? Senz’altro una iattura.

Perché il ragionamento di Renzi e del suo “cerchio magico” in fondo è il seguente. Una vittoria alle regionali può aggiungere qualcosa di più al “mio” successo personale delle europee? Risposta: no. Una vittoria alle regionali del Pd dei territori, e non del “mio” Pd di governo, renderebbe più facile o più difficile il mio progetto di partito cosiddetto “leggero”? Risposta: più difficile, se i partiti del territorio vanno per la “loro” via ed il partito di governo per la “sua” e queste vie divergono e nemmeno s’incrociano.

E allora, occorrerebbe che queste vie almeno s’intersecassero, meglio ancora si sovrapponessero in modo da costruire un vero e proprio “partito della nazione”. S’intende, “democratico”; anche se il senso del termine appare sempre più sfuggente.

Ma, per fare questo, occorrerebbe fare.

Fare in modo da “non tenere le mani in tasca”. Assumere decisioni e farle rispettare. E quindi, esattamente ciò che invece non accade. Come testimoniano i fatti nazionali soprattutto più recenti, ed i fatti della Campania in particolare.

“La corruzione delle Coop? E’ un problema del paese, non del Pd” (Serracchiani, vicesegretario Pd e governatore del Friuli). E quanto al codice “etico” del partito, esiste o non esiste una questione di “etica pubblica”? Oppure, è solo un fatto privato di cittadini, candidati alle primarie, e infine vincitori delle stesse? Salvo che, poi, intervenga un giudice a Ercolano e costringa il lider maximo ad occuparsi delle cose disdicevoli del territorio.

Quasi a dover cacciare le mani dalla tasca? Suvvia, non è il caso di esagerare. In fondo, basta un tweet. E poi, della cosa, che se ne occupino gli altri, quelli del territorio. Altrimenti, sembra che si chiedano Renzi e il suo “cerchio magico”, “loro” che ci stanno a fare?

Che è poi quello che, sempre in fondo, si chiedono i cittadini che assistono sempre più disarmati, da oltre vent’anni nel paese, ad una sorta di melina istituzionale tra la politica e la magistratura. Salvo che intervenga un altro giudice, ma a Strasburgo, a rendere la giustizia tolta.

 

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