Renzi sr e la grancassa dei quotidiani di destra

Renzi sr e la grancassa dei quotidiani di destra
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

L’impeto staticida con il quale i quotidiani di destra hanno dato la notizia dell’avviso di garanzia al padre del premier Matteo Renzi per bancarotta fraudolenta ha valicato ogni limite. Per rendere un indiretto favore all’ex cavaliere si sono accaniti sulla magistratura con furia iconoclasta. Hanno tentato di lacerare quel che resta della sua immagine, impugnando il rituale sillogismo d’occasione: è in arrivo una riforma voluta dal governo, indagano un politico (o un suo congiunto) di quella maggioranza, ergo i magistrati tentano di bloccare la riforma, arrecando un danno alla comunità e un conseguente arretramento del paese. Il provvedimento notificato al signor Renzi (inviatogli, ricordiamolo, a sua garanzia) diventa, in questa logica semplificata e antagonista, e indipendentemente dalle evidenze processuali, una bell’e buona rappresaglia contro il figlio, reo di aver annunciato il taglio di alcuni privilegi ai magistrati. Tali affermazioni, sostenute da titoloni incendiari (“Preso in ostaggio il papà di Renzi”), non sono sostenute ovviamente da alcuna prova e non fondano su ricostruzioni verosimili né su argomentazioni logiche. Originano piuttosto da una propaganda orchestrata per fini difensivistici. Tali slogan non vanno dimostrati, d’altra parte, ma propalati e affidati alla comunicazione urticante senza alcun onere professionale. Il resto lo fa la comunità degli utenti, o meglio la parte di essa che “lega”con la tesi lanciata in piazza e abbracciata come un vessillo salvifico. Sono giornali che si rivolgono a clientes e aficionados non ai lettori. Su che cosa resti, in tali circostanze, dell’accertamento giornalistico della verità, della continenza dell’informazione, dell’interesse pubblico a diffondere notizie, che sono poi i doveri dei giornalisti verso gli utenti e nei confronti della loro stessa funzione, non è dato di sapere. La platea dei lettori, però, non prendendo le distanze da un’informazione così poco neutrale e credibile, segnala l’esistenza di un’Italia sensibile alle suggestioni affabulatorie della propaganda più che al confronto libero e maturo delle idee.

La riflessione sulla grancassa d’apparato dell’altro giorno non intende negare che la magistratura in talune circostanze mostri inopportunamente i muscoli e si auto-investa di funzioni improprie, con un ricorso alla retorica costituzionale a tratti ridondante. Ma scrivere di essa come di un’accolita di cospiratori ardimentosi e farlo per rendere un servizio al padrone di un vapore in disarmo non allarga la riflessione pubblica sul tema dell’equilibrio tra i poteri, che resta compresso nella centrifuga di argomenti politicamente precotti e orientati.

Il caso della difesa insincera ed interessata del papà di Matteo Renzi lascia intravedere l’abisso nel quale sprofonda la libertà di informazione, perché il sostegno non richiesto (e, forse, non gradito) offerto all’indagato eccellente origina anche questa volta dal tentativo di ricondurre, con modalità forzate, la sua presunta violazione di legge alla ipotesi della “giustizia ad orologeria”, di cui sarebbe stato vittima in più circostanze Silvio Berlusconi. La magistratura, secondo tale tesi, preferirebbe un’Italia arretrata e incolta, politicamente nauseata e civicamente indifferente, sulla quale poter affermare una superiorità etica. Un’orgia di potere, in una parola. E l’iperbole del linguaggio prescelto evidenzia tale intento, dal momento che la dilatazione linguistica porta la tesi formulata sul limite del verosimile, nel tentativo di renderla attraente e seduttiva.

Siamo in aree senza idee, inaridite dall’assenza di cultura e dalla conseguente tragedia della libertà, aree nelle quali, direbbe Gustavo Zagrebelsky, si convive con l’insidia di mettersi al servizio di qualcuno in modo non volontario e quasi inavvertito. E il dramma, in tali pieghe, non è tanto la presa d’atto della morte del giornalismo democratico, ma la certezza che se manca a tal punto la libertà muore anche la società intera.

redazioneIconfronti

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