Lun. Ago 19th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Requisitoria Sales: quanta omertà sui Gigli

3 min read
"Attualmente sono i singoli a salvare la Chiesa”. Isaia Sales (foto), docente di Storia della criminalità organizzata nel Mezzogiorno d'Italia presso l'Università Suor Orsola Benincasa, non ha dubbi nell'affermare che, attualmente, sono solo i sacerdoti che si impegnano quotidianamente nella lotta alle mafie a prendere una posizione seria e distaccata dalla criminalità organizzata; non la Chiesa intesa come istituzione. Sales, autore de “I preti e i mafiosi”, libro che narra la storia dei rapporti tra mafie e chiesa cattolica, spiega che “la Chiesa campana, fatte le dovute eccezioni, non si è mai mostrata particolarmente agguerrita nella lotta alle mafie”.
di Barbara Ruggiero

“Attualmente sono i singoli a salvare la Chiesa”. Isaia Sales (foto), docente di Storia della criminalità organizzata nel Mezzogiorno d’Italia presso l’Università Suor Orsola Benincasa, non ha dubbi nell’affermare che, attualmente, sono solo i sacerdoti che si impegnano quotidianamente nella lotta alle mafie a prendere una posizione seria e distaccata dalla criminalità organizzata; non la Chiesa intesa come istituzione. Sales, autore de “I preti e i mafiosi”, libro che narra la storia dei rapporti tra mafie e chiesa cattolica, spiega che “la Chiesa campana, fatte le dovute eccezioni, non si è mai mostrata particolarmente agguerrita nella lotta alle mafie”.
Per quale motivo non c’è una presa di posizione netta della Chiesa nella lotta alle mafie?
In Campania la camorra fino agli anni Ottanta non è stata un problema né per le classi dirigenti né per la Chiesa. La presa di coscienza è diversa rispetto a ciò che è avvenuto in Sicilia. Lì il problema delle mafie ha interessato le coscienze molti decenni prima e ci sono state delle figure che per anni si sono interrogate sul rapporto tra mafia e Chiesa, come il Cardinale Pappalardo. In Campania non ci sono neppure figure così sofferte, così ambigue.
Addirittura, agli inizi degli anni Novanta, si parla di una trattativa tra camorra e Chiesa in Campania.
Nel 1992 si svolge una trattativa in contemporanea con quella fatta dalla mafia in Sicilia. Da noi i protagonisti sono don Riboldi, vescovo di Acerra, e i Moccia di Afragola. Questi ultimi chiedono al prelato di avviare contatti con la magistratura: alcuni camorristi vorrebbero dissociarsi e deporre le armi in cambio di benefici di legge, quale l’introduzione della figura del dissociato di mafia. E’ difficile pensare che i mafiosi non fossero a conoscenza di questa trattativa in Campania. Sull’argomento tempo fa sono stato smentito da Saverio Senese, avvocato di un esponente del clan Moccia, ex difensore di terroristi. Moccia è uno dei pochi camorristi dissociati che ha avuto i benefici della dissociazione pur in assenza di una normativa specifica. Il suo avvocato è stato talmente bravo da ottenere benefici che nessuno ha. La vicenda di don Riboldi è emblematica perché spiega come i camorristi usano la Chiesa.
La storia e i fatti di cronaca ci insegnano che spesso le feste popolari sono legate alla malavita, che ne fanno occasioni in cui mostrare chiaramente la propria devozione. Perché?
Ammazzare una persona crea delle crisi di coscienza fortissime. Avere una religione che purifica dai sensi di colpa è per loro una comodità assoluta. Giungiamo al paradosso per cui la religione, che nasce per mettere cattiva coscienza nei colpevoli, ha un effetto opposto e arriva a dare loro una buona coscienza. Spesso assistiamo a dei veri e propri riti scaramantici: assassini che vanno a intingere le pallottole nell’acqua santa o che si fanno il segno della croce prima di ammazzare qualcuno. Quella scaramanzia è la loro religiosità. Gli episodi sono tanti anche in Campania. E tanta è anche l’omertà: ho assegnato spesso tesi di laurea su ciò che accade alla festa dei Gigli di Nola e nessuno vuole parlare, lasciare testimonianze dirette; è come se si volesse smentire la realtà processuale in alcuni casi, visto che non parliamo solo di fantasie di giornalisti, ma di materiale che è agli atti di processi.
La Chiesa come potrebbe tirarsi fuori da questa situazione?
La Chiesa deve capire che c’è una parte dell’impegno civico che non può prescindere dall’essere religioso. Guai a pensare che l’antimafia sia solo un fatto civile, che non c’entra niente con la religione. In questo momento storico, la Chiesa dovrebbe dedicare tutte le proprie energie alla sconfitta delle mafie perché, pur essendo stata soppiantata nella sua funzione di formazione delle coscienze dalla famiglia e dalla televisione, è sempre capace di orientare e formare in maniera formidabile. Dal discorso del 1993 di Giovanni Paolo II ad Agrigento, non ci sono più segnali di una forte presenza della Chiesa, intesa come istituzione, contro le mafie. Qualcosa andrebbe rivisto anche dal punto di vista teologico: il perdono non può essere asociale. Ammazzare non può essere solo un delitto contro Dio; è troppo comodo per chi compie gesti riprovevoli e un disastro per la società. Ci deve essere un problema per forza da qualche parte se nei paesi cattolici la corruzione è più alta che altrove! Va cambiata la mentalità per cui il bene giustifica ogni male. Pare che oggi la Chiesa sia la struttura più machiavellica possibile: il fine giustifica tutti i mezzi.

Di’ la tua: #chiesaemafie

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *