Resa dei conti sulla legge anticorruzione: partiti divisi

Resa dei conti sulla legge anticorruzione: partiti divisi

È dibattito aperto tra le forze politiche dopo le prime indiscrezioni emerse sul testo del decreto di governo che sancisce l’incandidabilità dei condannati in Parlamento, arrivato ormai alla stretta finale, secondo l’annuncio del ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri. Argomento di rovente attualità che in giornata è stato toccato, riferiscono fonti del Pdl (ma senza avere conferme dal Colle), anche in un colloquio tra il segretario del Pdl Angelino Alfano ed il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani ha posto l’accento sul ruolo fondamentale dei partiti in questa materia: «dovrebbero darsi da soli la soglia di accesso alle candidature». Tocca ai partiti, come abbiamo fatto noi – dice – «mettere un tetto oltre il quale scatta incandidabilità, anche solo con sentenza di primo grado». Intanto Alfonso Papa (Pdl) rivolge un appello al pm Woodcock per arrivare a sentenza prima della fine della legislatura perché, annuncia «se sarò condannato non mi ricandiderò». Un altro collega di partito, Sergio De Gregorio, coinvolto in altre vicende giudiziarie rende invece noto di aver già rinunciato. Anche se coralmente si plaude all’iniziativa di governo, dalle varie parti piovono distinguo, che rivelano posizioni diametralmente opposte. La “linea del Piave” di fatto è il grado di giudizio al quale far scattare la norma, e il banco di prova su questo punto sarà l’Aula, dove uno scontro tra gli schieramenti potrebbe far saltare il banco. Esponenti del Pdl come Osvaldo Napoli chiedono il “giusto garantismo”, il sigillo della condanna definitiva, visto poi che spesso «ci sono sentenze di primo grado che vengono rovesciate nel secondo», casistica in cui di fatto potrebbe ricorrere anche la recente condanna di Silvio Berlusconi «schiaffeggiato dai magistrati» nel processo Mediaset, dice il parlamentare del Pdl. Per l’ex procuratore capo di Milano e senatore del Pd Gerardo D’Ambrosio la presunzione di non colpevolezza sancita dalla Costituzione, «dovrebbe decadere almeno dal punto di vista politico» a partire dalla «sentenza di primo grado» perché molte di queste «per reati di corruzione in Appello o in Cassazione vanno in prescrizione» per effetto dell’ex Cirielli. Il leader dell’Idv Antonio Di Pietro preferisce invece «verificare il testo» prima di «dare un giudizio». «Troppe volte abbiamo visto leggi che avevano dei buoni titoli ma cattive soluzioni», afferma e sottolinea come «una cosa sia la responsabilità penale», per cui vale il principio costituzionale, «altra cosa la responsabilità politica che presuppone un rapporto di fiducia tra cittadino ed eletto». Roberto Rao dell’Udc osserva come la norma deve essere «un buon punto di partenza» dal quale ogni forza politica deve partire per darsi regole più stringenti. Il leader di Sel Nichi Vendola cita invece il suo caso personale come un esempio-scuola: «Se fossi stato condannato in primo grado mi sarei ritirato dalla scena pubblica» dice, mentre il segretario federale della Lega Nord Roberto Maroni annuncia «l’applicazione della ramazza anche se il decreto del governo non sarà operativo».

m.amelia

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