Benvenuti nell’inferno di Equitalia tra i tartassati dannati

di Caterina La Bella

La sosta di Caterina La Bella davanti alla sede salernitana di Equitalia è soltanto la prima tappa di un ascolto che riteniamo doveroso. Altrimenti l’informazione non adempie a una funzione civile e si trasforma in un soliloquio proposto a platee distanti e indifferenti. L’ascolto disinnesca bombe di rabbia e, di questi tempi, le bombe a volte sono anche vere. La malinconia sociale è un male che non possiamo permetterci e noi vogliamo provare, nel nostro piccolo, a scongiurarlo. Ma i cittadini dovranno aiutarci, recuperando fiducia e coraggio e non chiedendoci più di oscurare l’identità.

Restano in coda per ore i “perseguitati” da Equitalia.
Seduti, con un paio di numerini in mano, in attesa di essere chiamati allo sportello. Sudati, preoccupati, arrabbiati. Soprattutto demoralizzati. Per molti, quell’interminabile fila, in una casetta rosa pesco alla periferia di Salerno, è l’anticamera di tutti i problemi: sotto al braccio malloppi di cartelle dai numeri spesso incomprensibili, di multe prese chissà quanti anni prima, dimenticate ed oggi moltiplicate. Piccole cifre diventate poi enormi, insostenibili. Qui, in fila ad Equitalia, è difficile anche farsi ascoltare. Una guardia giurata dal tono indaffarato, accoglie i clienti con fare gentile, invita a prendere due numeri (uno per lo sportello informazione, un altro per la cassa) e, in caso di richiesta di rateizzo, addirittura tre numeri, ma ammonisce: “Gli sportelli chiudono alle 15.30”. Ma come, chiedo io, “sono appena le nove e mi dice che gli sportelli chiudono alle tre? “Signora, sa com’è, le pratiche sono lunghe”.
Eccoli in fila i “dannati” di Equitalia. Seduti in silenzio sulle seggiole, in piedi sulle scale, sotto un albero al fresco. L’attesa può durare ore, il servizio va a rilento, gli sportelli aperti sono cinque al massimo sei al giorno. Uno è dedicato a disabili e donne incinte ma nessuno esclusivamente per commercialisti e professionisti che fanno la fila educatamente ma restano spesso incollati per ore al vetro, per disbrigare più pratiche contemporaneamente.
Qui si danno appuntamento persone con storie diverse ma unite dallo stesso, triste, destino: provare a risolvere i propri problemi economici. Ex commercianti, pensionati, casalinghe, artigiani senza più commesse, famiglie monoreddito sfiancate dai conti di casa. Molti sono alle prese con richieste di soldi assurde, spesso per multe e bollette già pagate o non dovute. Una Equitalia che ti ascolta, seppur dopo lunga fila, ma spesso non risolve. Come una signora di Nocera Inferiore che difende gli interessi del fratello ormai scomparso: sulla sua Vespa – appena cento chilometri sul tachimetro e tre dita di polvere prese in garage – grava da quasi due anni un fermo amministrativo per bolli pagati regolarmente ma mai registrati. “Mio fratello ha sempre pagato, adesso la moglie vedova si vede costretta a corrispondere le rate del mezzo senza poterlo rivendere perché sulla Vespa grava ancora un fermo amministrativo che non riusciamo a sbloccare”. Un fermo amministrativo ha impedito la rottamazione di una vecchia auto ad un anziano signore di Vallo della Lucania: “Ho scoperto dopo anni che Equitalia non ha mai trasmesso la richiesta al Pra”. Un signore sulla cinquantina, habitué delle file, rivela il suo caso, clamoroso: “Per un rimborso mai erogato all’assicurazione di 19 euro mi ritrovo oggi con una cartella di 370”. La sua signora ha in mano una cartella dell’Inps: 2401 euro. “Chiederò il rateizzo – dice – sperando che gli interessi non siano eccessivi”. C’è anche chi con Equitalia ha un conto in sospeso da anni: “Sono di Eboli ma lì è un disastro – racconta un signore sulla quarantina – solo per chiedere un estratto conto ci si impiega una settimana. Io so bene cosa significhi essere perseguitato da Equitalia. Da commerciante, cinque anni fa, fui costretto a saldare un debito di 15mila euro. Mi presentai allo sportello con il blocchetto degli assegni, ma non riuscirono a farmi un estratto conto preciso e mi dissero di ripassare. Oggi, dopo cinque anni, mi vedo costretto a rateizzare nuove cartelle per importi superiori a 20mila euro, per un lavoro che ormai non svolgo più da anni”. Tassati, tartassati e arrabbiati. Il viavai, negli uffici di Equitalia a Salerno, come nel resto d’Italia, è ininterrotto. Le persone che arrivano, strappano il numerino e aspettano il proprio turno in fila, non hanno molta voglia di parlare. Matteo, 55 anni, ha accumulato debiti a causa di un’attività lavorativa andata male. Ora, invalido all’80 per cento, è in pensione e ha chiesto a Equitalia di rateizzare il proprio debito. “Se riuscirò bene, altrimenti come non detto – chiosa – la mia unica consolazione è che almeno i miei problemi non ricadranno su mia moglie. Ho la separazione dei beni e proprio nulla da perdere”. La serenità, quella sì, è già persa. Ma è tutta un’altra storia.

redazioneIconfronti

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