Riapriamo i conti con la tragedia greca

Riapriamo i conti con la tragedia greca
di Pasquale De Cristofaro
Pasquale De Cristofaro
Pasquale De Cristofaro

Ariane Mnouchkine ad una domanda sul perché amasse tanto la tragedia greca, rispose perentoria, “ (…) perché è l’origine, i tragici greci sono i nostri padri: hanno detto tutto”. Massimo Castri che insieme a Ronconi ha rappresentato una punta di diamante della regia italiana del secondo novecento e che con i suoi Ibsen e Pirandello ha trasformato radicalmente il modo di mettere in scena questi autori togliendo loro tutto l’accademismo e la falsa tradizione che li aveva imbalsamati facendo smarrire la loro carica iconoclasta rispetto ad un repertorio borghese ormai vetusto, anche lui, ad un certo punto, non ha voluto e/o potuto mancare all’appuntamento con la tragedia. Avvertì l’esigenza per capire più in profondità il senso del suo lavoro nel teatro, di un confronto serrato con questi testi, “ (…) una rivisitazione di questa materia prima del teatro che è la tragedia greca: grammatica e sintassi primaria del teatro. Una riflessione (in termini di lavoro teatrale) su questa materia prima mi sembrava urgente e opportuna in un momento di stanchezza teatrale che tutti avvertiamo”. E ancora, Ronconi, un po’ contro la tendenza diffusa di molti operatori teatrali di approcciare questo repertorio classico individuandone elementi di accostamento alla società contemporanea, dichiarava, “ (…) Anziché ricercare analogie tra le situazioni della tragedia e il nostro mondo contemporaneo, preferisco riportarla deliberatamente in quel passato dal quale ci è giunta. Piuttosto che rivivere artificiosamente la tragedia attraverso accostamenti troppo semplicistici al presente, ed offrire così mistificanti norme di paragone per le nostre opinioni ed ideologie contemporanee, preferisco far riflettere sull’enorme distanza di tempo che ci separa dalla tragedia, e su quanto di morto essa contenga. Il nostro stesso progresso emerge così dalla distanza che ci separa dai classici”. Il regista pone, qui, il problema del “rito negato”, dell’irrecuperabilità e, forse, dell’improponibilità del mito stesso. È evidente che il passo successivo è la consapevolezza dell’impossibilità e, quindi, dell’illegittimità di rappresentare il repertorio classico. Detto questo, potrei continuare all’infinito nel riportare dichiarazioni più o meno note dei più grandi maestri della scena su questo argomento. Sta di fatto, che i conti con queste radici restano aperti. Ecco perché, anche nel nostro piccolo, abbiamo pensato di mettere insieme venti giovani attori in questa calda e afosa settimana di luglio e farli giocare con noi a “fare la tragedia”. E nei loro occhi ho visto, finalmente, la gioia.

redazioneIconfronti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *