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Ricchi di profitto? No, di perdono

Ricchi di profitto? No, di perdono
di Michele Santangelo

parabola_dei_talentiIl leitmotiv, in questa XXXIII domenica del tempo ordinario, la penultima dell’anno liturgico, è dato dalla parabola dei talenti, che senza nulla togliere all’importanza del contenuto delle prime due letture, orienta il fedele nella meditazione e nella preghiera. Infatti, in riferimento ad essa, nella preghiera iniziale dell’azione liturgica l’assemblea, per bocca del celebrante, si rivolge al Signore dicendo: “O Padre, che affidi alle mani dell’uomo tutti i beni della creazione e della grazia, fa che la nostra buona volontà moltiplichi i frutti della tua provvidenza…”. Non sfugga l’altissima valenza umana e spirituale che con ciò viene riconosciuta all’azione e all’impegno dell’uomo sulla terra. Egli non è chiamato a soddisfare con il suo lavoro semplicemente i suoi pur legittimi elementari bisogni terreni esclusivamente con ciò che spontaneamente la natura gli offre ma deve sentirsi impegnato a rendere perfino più abbondanti i beni che Dio ha messo a sua disposizione con la creazione. La cultura contemporanea che mette al primo posto il lavoro dell’uomo, come contrassegno della sua dignità a prescindere da ogni altra caratteristica, non va certo nella direzione suggerita dalla liturgia di questa domenica. Infatti, lavoro-produzione-guadagno appare oggi il trinomio salvifico dell’uomo, appiattito esclusivamente sui suoi bisogni materiali, concezione che se poi viene inquadrata nell’attuale situazione di crisi economica generalizzata sembrerebbe l’unica capace soddisfare tutte le attese dell’uomo del nostro tempo. Infatti, ad ascoltare coloro che di questa cultura si ergono a maestri, la società nasce e si costruisce esclusivamente sui rapporti di produzione ed ogni individuo tanto più vale quanto più produce. E allora, i vecchi e i malati? Sono essi forse dei parassiti, materiale da rottamare, come si suole dire oggi per tutto ciò che non serve più? In una società le cui coordinate sono costituite solo dai concetti di entrate ed uscite e l’uomo è misurato solo in base alla sua capacità produttiva, vuol dire che, innanzi tutto, è scomparso il concetto del dono. Nella parabola dei talenti, il padrone prima di partire consegna ai suoi servi i suoi beni. È un padrone generoso che dà “a ciascuno secondo le sue capacità”, e proprio per questo esige anche che ciò che egli ha donato sia non solo sapientemente custodito, ma sia fatto anche fruttificare. Gesù racconta la parabola dei talenti ai propri discepoli che, come tali, vivono la propria condizione di credenti in Cristo secondo una propria misura, secondo le proprie possibilità e risorse, attenti a non lasciare senza frutti il dono dell’essere discepoli. I cristiani allora non sono coloro che perdono del tempo prezioso in attività inutili, non produttive e sterili. Anzi la parabola stessa rappresenta una critica di un modo di vivere timoroso, incapace di rischiare, ma anche di quello adottato da coloro che la vita la passano secondo l’attivismo affannoso della cultura borghese e materialistica, quasi basata su criteri commercialistici e produttivistici, che poi porta a dividere la società in due classi: quella degli sfruttatori e degli sfruttati, quelli che la produzione li favorisce e quelli che ne vengono impoveriti. Invece, il brano dei Proverbi insegna che ci sono sì due classi, ma l’una produce basandosi solo sulle proprie forze e per soddisfare i propri bisogni egoistici, l’altra, invece, avendo il timore di Dio è attenta anche ai bisogni degli altri. Quelli che appartengono alla prima si comportano, in altri termini, come dice S. Paolo, alla maniera di coloro che sono nelle tenebre dell’incredulità, della disperazione, del non senso, quelli che fanno parte della seconda agiscono come figli della luce e del giorno” che attendono vigilanti e con fiducia il ritorno del Signore, il padrone della parabola, sapendo di aver bene speso i talenti che hanno ricevuto in dono: i beni della creazione, l’intelligenza, le doti umane, ma anche i beni della redenzione, come la fede, la dignità di figli di Dio, il dono di una speranza che rende più fragrante la parabola dell’esistenza. Uniformarsi a questi criteri, sapere che ciò di cui per grazia di Dio disponiamo, dobbiamo riconsegnarlo arricchito anche a coloro che verranno, esorcizzerà il pericolo di creare tante “terre dei fuochi”. Gesù, infatti, non è interessato al profitto ad ogni costo. Davanti a Dio l’uomo conta per quello che è e se si presenta a Lui ricco di perdono accordato, di bontà distribuita, di tenerezza donata, come raccomanda papa Francesco.

 

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