Lun. Set 16th, 2019

I Confronti

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Riciclavano soldi sporchi. Ci sono anche insospettabili colletti bianchi

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Notai, avvocati, commercialisti e broker fungevano, secondo gli investigatori, da copertura legale

Cosparso di benzina, immobilizzato e minacciato di morte. Questo uno degli episodi, ai danni di un imprenditore romagnolo nel settore dell’abbigliamento poi resosi irreperibile per paura di ulteriori ritorsioni, emersi dalle indagini dei carabinieri del Ros su diversi episodi di estorsione ed usura da parte della criminalità organizzata in Emilia Romagna. Emesse dal gip di Bologna, su richiesta della locale Procura distrettuale antimafia, 18 ordinanze cautelari nei confronti di altrettanti soggetti indagati a vario titolo, per associazione di tipo mafioso, estorsione, usura e tentato sequestro di persona a scopo di estorsione, aggravati dal metodo mafioso.
Gli interventi hanno interessato le province di Rimini, Prato, Napoli e Caserta. Tra gli arrestati figura il pregiudicato napoletano (bloccato in un albergo a Prato) Francesco Vallefuoco ritenuto a capo di un’organizzazione criminale di matrice camorristica dedita a diffuse attività estorsive e usurarie ai danni di numerosi imprenditori locali, i cui proventi illeciti venivano reinvestiti in attività immobiliari e commerciali in Emilia Romagna e nella Repubblica di San Marino. Complessivamente sono indagate, a vario titolo, un centinaio di persone. Tra gli iscritti sul registro anche alcuni professionisti (una quindicina) “insospettabili” (notai, avvocati, commercialisti, broker) che fungevano, secondo gli investigatori, da copertura legale per il riciclaggio dei soldi “sporchi” attraverso attività immobiliari o finanziarie. Accertati dai carabinieri 41 episodi estortivi tra la metà del 2008 al 2011. Per gli inquirenti il progetto del sodalizio era di espandersi anche in altre province romagnole (Ravenna, Forlì Cesena) ed in altre regioni come le Marche e la Toscana. Le indagini, in corso dal 2008, si sono già concretizzate in due precedenti operazioni, con l’esecuzione, nel febbraio dello scorso anno, di un provvedimento di fermo emesso dalla Procura distrettuale antimafia bolognese nei confronti di dieci persone e, nel marzo scorso, di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per tre soggetti. In entrambe i provvedimenti restrittivi agli indagati veniva contestato il reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. L’odierno filone investigativo trae origine da un tentativo di sequestro di persona perpetrato, nel febbraio 2009, ai danni di un ristoratore di Rolo (Reggio Emilia), da tre pregiudicati napoletani, il cui mandante è risultato Francesco Vallefuoco. Il delitto non veniva tuttavia portato a termine per il provvidenziale intervento del fratello della persona offesa e di alcuni dipendenti del ristorante, che costringevano i tre a darsi alla fuga. Le successive indagini documentavano le pratiche estorsive ed usurarie consumate dall’organizzazione attraverso la “copertura legale” offerta da alcune agenzie di recupero crediti, avviate nell’anno 2008 all’apposito scopo di dissimulare le attività illecite dietro lo schermo legale delle agenzie stesse. Secondo la ricostruzione dei militari dell’Arma, il gettito dei proventi illegali veniva costantemente alimentato mediante collaudati meccanismi, che prevedevano da un lato il recupero con ogni mezzo delle somme di denaro dovute dai numerosi debitori (accresciute in modo ingiustificato rispetto al debito originario), dall’altro l’esborso di consistenti compensi da parte dei creditori committenti (oscillanti tra il 25% e il 50% dell’ammontare complessivo del debito recuperato), pretesi al buon esito del recupero, considerando tale anche la semplice emissione di cambiali o assegni postdatati (di mesi o anche di anni) a favore del creditore. In non pochi casi, poi, lo stesso committente-creditore si è ritrovato costretto a soggiacere alle richieste estorsive dei sodali, che pretendevano il pagamento della loro “parcella” senza che il committente del recupero avesse di fatto ottenuto la restituzione del proprio credito. Per l’accusa, gli indagati-esattori hanno posto in essere nel tempo pressanti azioni intimidatorie, talora violente, nei confronti delle vittime. Il racconto di alcuni imprenditori ha inoltre consentito di attestare come il sodalizio indagato fosse operativo in Emilia Romagna e nella Repubblica di San Marino sin dal secondo semestre del 2006. Per accrescere la propria influenza ed indurre le vittime a soggiacere in silenzio alle loro prepotenze, gli associati non esitavano ad accreditarsi quali appartenenti a clan camorristici campani, in particolare al “clan dei casalesi”, sfruttando la relativa forza d’intimidazione. Alcune vittime dei soprusi, per sottrarsi alle continue vessazioni loro imposte, sono giunte a meditare il suicidio, in un caso tentando concretamente di attuare tale proposito. Altre vittime, vedendosi oramai sull’orlo del fallimento, hanno abbandonato le loro attività o, in altri casi, si sono rese irreperibili. Il sodalizio, questa la ricostruzione del Ros, è riuscito ad imporre il pagamento di ingenti somme di denaro, ovvero a costringere le vittime stesse ad intestarsi fittiziamente beni immobili ed attività commerciali, queste ultime poi impiegate per la consumazione di truffe. Ad esempio, una florida azienda di Cadenzano (Firenze), fatta intestare ad un prestanome, peraltro gravemente malato e successivamente deceduto, è stata condotta al fallimento dopo averla ampiamente sfruttata per perpetrare truffe ai danni di banche e di altri imprenditori. E’ stata accertata anche la disponibilità da parte del gruppo indagato di armi da fuoco, alcune delle quali regolarmente denunciate a nome di sodali e fiancheggiatori esenti da precedenti penali, altre invece di provenienza illecita.

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