Lun. Giu 17th, 2019

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La "rivoluzione sociale" del Governo Renzi
di Enzo Carrella

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Si respira un’aria nuova nell’economia sociale italiana e molti segnali indicano che si è aperta una fase di grandi cambiamenti. Una stagione nella quale ciò che si definisce non profit, o anche Terzo settore, ha l’occasione di compiere quel necessario e legittimo salto di qualità che gli si chiede da tempo, pensionando gli schemi culturali e residuati ideologici logorati dal tempo sostituendoli con modelli in sintonia con l’imminente fase di sturt-up di autentica ripresa della nostra economia. Indubbiamente una parte del merito di questo scatto va riconosciuta al governo Renzi: la scelta del presidente del Consiglio di far indossare il vestito istituzionale più rappresentativo del dicastero del Lavoro a un esponente del mondo della cooperazione come Giuliano Poletti non è risultata casuale. Proprio l’ex presidente di Lega Coop ha citato espressamente il Terzo settore nel suo primo intervento pubblico e quando ha illustrato i contenuti della ”imminente svolta storica”  ha annunciato l’avvio da giugno di un «Fondo per non andare a fondo» nella misura di 500 milioni di euro a disposizione delle imprese sociali. Risultano, però, allo stato ancora ignoti i contenuti e funzionamenti di accesso al Fondo anche se una prima esaltante scossa il ministro Poletti sembra averla prodotta: quella dell’accelerazione alla necessaria e indispensabile riforma dell’impresa sociale.
Presto saranno rese note le linee guida del disegno di legge che punterà – su questo siamo certi – a superare i lacci & laccetti della vigente normativa stretti attorno all’ impresa sociale di cui alla legge 155/2006 del Governo Berlusconi, ponendo fondamentali basi per un nuovo scenario di mercato con convergenze delle norme in una unico modello organico: la fusione, integrazione, sostituzione e cancellazione delle norme sulle associazioni di volontariato di cui alle legge 266/1991, promozione sociale della legge 383/2000 e la rivoluzionaria legge sulle Onlus del dlgs 460/1997 rappresenterà il piatto forte di tale riforma del terzo settore.
L’iniziativa di spostare in un unico schema/ modello l’intero settore non profit la si deve in parte anche al sottosegretario al Lavoro, Luigi Bobba, già presidente delle Acli e politico di riferimento per il Terzo settore italiano, che da ”semplice onorevole” aveva lavorato al progetto insieme al senatore Stefano Lepri.

Ma che cos’è, come cambierà, e soprattutto perché deve cambiare, l’impresa sociale?
Il punto è che il contesto economico, rispetto a qualche anno fa, è profondamente mutato.
La crisi ha reso sempre più evidente quanto sia fondamentale lo sviluppo di un sistema di welfare sussidiario, inclusivo e universale, a fronte di un ridimensionamento del ruolo dello Stato specie sul piano economico/finanziario (vedi il proliferare delle spending review con il dl 66 /2014 attuale testimone). La scelta di proteggere e rilanciare nel nostro continente la social economy quindi non è casuale: qualcuno ha tradotto i possibili futuri benefici in percentuali del Pil, constatando che la piena operatività del settore si tradurrebbe in un cedola/dividendo annuale del 10% del prodotto interno con possibilità di ”inghiottire” 11 milioni di lavoratori. Insomma impresa socialecome volano di sviluppo sostenibile, provando a creare un contesto per attirare e calamitare buoni flussi di capitali privati. Quale la fotografia attuale in Italia? Le imprese sociali vere e proprie, cioè quelle iscritte ai registri delle Camere di commercio in virtù della legge che le istituisce, non sono molte, circa un migliaio. Segno evidente che la norma nella sua ampia accezione (vedi anche la imperante confusione fiscale e previdenziale) non ha fatto il suo dovere perché confusa, generica, ripetitiva e poco esaustiva ; sotto tale visione appare evidente che l’intervento sulle modifiche alla normativa non poteva tardarne il necessario e improcrastinabile restilyng. Tornando alla proposta Renzi, le modifiche ”cantierizzate” mirano a rendere il recinto del sociale più ampio, generando una contaminazione, quasi un’ibridazione, tra profit e non profit. Oltre alle coop sociali e alle imprese con le caratteristiche richieste, ne faranno parte ad esempio il commercio equo e solidale, le iniziative di housing sociale, il microcredito, le iniziative di reinserimento lavorativo. Un futuro scenario a tinte rosa? Probabilmente sì se non altro per vedere attribuire e riconoscere il”sacro” status di impresa sociale solo alle strutture che si”specchieranno” nelle nuove linee guida aggiungendo – quasi certamente – la possibilità di remunerare una parte del loro capitale – senza mai sforare i confini di pura speculazione – al fine di attirare nuovi investitori che ne sposerebbero e condividerebbero appieno le finalità.
Se questo appena tracciato è il probabile nuovo scenario non sarebbe preclusa l’estensione alle nuove imprese no-profit del particolare regime fiscale agevolativo oggi applicabile alle Onlus e cooperative sociali.
La imminente rivoluzione ”sociale” avrà quale appendice un autentico ”carusiello”: il”Fondo per non andare a fondo” con una dotazione finanziaria per il suo sturt/up di circa 500 milioni. Una potenzialità in termini occupazionali che da soli potranno creare e generare migliaia nuovi posti di lavoro. Il motore dell’economia sociale si è rimesso finalmente in moto e – per usare una espressione di Bobba – dopo un lungo periodo durante il quale è stata riscaldata, «l’acqua ora ha incominciato a bollire». Spetta ora ai diversi territori promuovere iniziative per carpirne e divulgarne gli effetti e adattarli alle esigenze delle rispettive comunità

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