Rifacciamo la sinistra

Rifacciamo la sinistra
di Pietro Ravallese
Pietro Ravallese
Pietro Ravallese

C’è stato un tempo in cui l’impegno civile era una religione laica, durante il quale nelle feste di partito si potevano leggere i canti di Dino Campana. In cui la giustizia non era solo un’idea o una prospettiva politica ma uno stile di vita. Poi è venuto il tempo del grande fratello e dello svuotamento delle coscienze, il tempo del mantra della produttività e della crescita infinita, degli amministratori delegati vestiti col maglioncino del condomino della porta accanto secondo cui però le imprese devono rispondere ai ricchi epuloni del management, dei mercati azionari e dei fondi comuni di investimento. Se resta qualcosa , le briciole sono per i lavoratori ed i territori. Poi venne il tempo dei sindaci che gridarono ai cittadini di arricchirsi pur restando poveri di servizi. Ed i venditori di idee a buon mercato ci spiegarono che tutto questo è il progresso, la felicità. Poi è venuto il tempo della pialla europea che deve omologare tutto, ed il tempo della narrazione dove governare equivale ad amministrare a prescindere dai punti di vista e dove i corpi sociali sono un inutile fardello.

La nuova proposta politica della sinistra nel nostro paese deve nascere per riannodare questi fili spezzati ritessere nuovi rapporti, mettendo insieme anche culture diverse, storie e tradizioni diverse unite prima ancora che da un’identità costruita sul piano teorico da un’identità praticata sul piano di un agire sociale di sinistra

Vogliamo cambiare il paese ed i territori. Un’anziana signora americana, Maggie, che sostiene il socialista Bernie Sanders nella corsa alla Casa Bianca l’altro giorno diceva “Nessun presidente può fare la rivoluzione, quella la deve fare il popolo”, e Fernando Vallespin dialogando con Pablo Iglesias, il leader di Podemos, dice “prima prendiamo le menti poi pendiamo il parlamento”.

Per questo abbiamo davanti un cammino arduo difficile, perché non vogliamo decidere in tre ma vogliamo porre in essere iniziative, azioni, proposte che ascoltino e parlino alle coscienze. Alle coscienze sopite, disilluse perché ciascuno si riappropri del proprio pezzo di storia. Dobbiamo mettere insieme indignazione ed azione , rivendicazione e speranza. Dobbiamo ripartire da dove eravamo rimasti , fare in modo che questo diventi un cammino di tutti in orizzonte molto più vasto dell’attuale secondo i tempi, i cammini , i percorsi, a volte tortuosi, che tutti insieme ci sapremo dare. Perché, come scriveva Pier Paolo Pasolini, “La verità non sta in un sogno ma in molti sogni “. Qui non ci ha convocato nessuno se non la nostalgia, il desiderio di costruire insieme un territorio ed un paese più bello, più colorato, più aperto, più solidale, più giusto. Questo non si fa solo con la poesia che da risposte allo spirito ma con risposte concrete ai bisogni della gente: lavoro, innovazione, redistribuzione della ricchezza, diritti, reddito, servizi etc. In questo la sinistra nel nostro paese ed in Europa è marginalizzata, noi vogliamo rovesciare il tavolo riannodando quei fili spezzati dall’indifferenza tra destra sinistra, tra Renzi e Berlusconi, tra Verdini e Boschi, tra De Luca e Longo. Vogliamo recuperare le radici, non agire sulle leve dell’antipolitica ma del bene comune. Farsi carico dei conflitti non significa scegliere un conflitto sociale permanente, non significa immaginare un modello di relazioni che corre sull’asse dei vincitori e vinti, significa dire da che parte vogliamo guardare la storia, con gli occhi di chi, a partire da quali interessi. La risposta non può che essere degli ultimi, dei poveri, degli esclusi, da coloro che hanno meno diritti, meno risorse, meno democrazia, meno partecipazione.

Sono occhiali magici, perché se guardiamo il mondo con questa prospettiva stiamo bene tutti. Pensando ad esempio a certe fabbriche che inquinano non significa chiudere le fabbriche ma ammodernarle e delocalizzarle.

Oggi stanno bene in pochi, è in atto nel paese e non solo un processo oligarchico, l’1%, la Troika, il cerchio magico, chiamiamoli come vogliamo.

Il nostro avversario è questa oligarchia ovunque si annidi, che occupa sistematicamente poteri e centri decisionali, economici finanziari e politici.

Un’oligarchia che ha creato una crisi di democrazia e di partecipazione oltre che economica. Questa crisi, questa oligarchia la superiamo se saremo in grado di riappassionare le persone ad un nuovo umanesimo, ad un nuovo impegno per il bene comune che ci porti ad un nuovo europeismo dei popoli e non dei mercati , della cultura , della solidarietà e non delle leggi. Tutto questo però dobbiamo saperlo trasformare in proposte e fatti, dobbiamo organizzare un partito. Dobbiamo farlo riaprendo le sezioni, popolando la piazza virtuale ma anche quella vera, reale, sviluppando un grande cammino di ascolto e coinvolgimento ed agendo non solo nelle istituzioni ma sui territori, non solo indicando il sentiero ma percorrendolo. Quando fa freddo, ad esempio, e parliamo di migranti e senza fissa dimora privi di servizi non possiamo abbassare la saracinesca del circolo ma aprirla a chi ha bisogno di un tetto per passare quella notte. Il futuro lo costruiamo anche coi segni.

Dobbiamo promuovere comitati territoriali per agire insieme e comitati tematici per approfondire bisogni e fratture aperte del nostro territorio.

Soffia un vento nuovo in Spagna con Podemos, in Grecia con Sryza, in America con Bernie Sanders, in Inghilterra con Jeremy Corbyn, in Italia con noi. Non guardiamo la pagliuzza negli occhi degli altri, superiamo fragilità e difficoltà, uniamo le forze, facciamo uniti la rivoluzione del bene di tutti.

In copertina, manifestazione dei militanti di Podemos

redazioneIconfronti

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