Riflettori su Maria / Donna speciale, modello di genere

Riflettori su Maria / Donna speciale, modello di genere
di Luigi Rossi
Maria, dipinto del Pinturicchio
Maria, dipinto del Pinturicchio

Maria ha manifestato una dote particolare nell’interpretare persino i motivi più reconditi dei sospiri di Gesù.Grazie al suo intuito materno, ella aveva la possibilità quasi di leggergli i pensieri, consapevole di dover infondere coraggio al figlio, del quale non poteva arrestare la missione; perciò, aveva scelto l’unica possibilità che le era rimasta: condividerne il destino, anche a costo di lancinanti dolori.

Narrare la vita di Maria significa evocare il nucleo più segreto dei suoi sentimenti di madre a partire da quando si é imbattuta nel suo straordinario destino, colta totalmente di sorpresa dall’annunzio della maternità. La sua esperienza, segnata da Dio prima del principio e presente in ogni istante, durerà oltre il tempo.

Quando ritornò dal Tempio, dove l’avevano mandata perché tra le vergini servisse Adonai, fece sosta nel deserto, dove due pastori l’accolsero come una viandante nella loro tenda, senza fare troppe domande perché abituati al silenzio e alla solitudine. Ella accettò il loro aiuto, seduta vedeva il fuoco farsi rabbioso per il vento e divorare la legna come paglia. Si sentiva in compagnia degli angeli e dimenticò di essere una donna, sgradita preoccupazione per tanti uomini perché solo una bocca da sfamare. Una luce la guidava nel viaggio interiore per comprendere ogni comportamento umano, abbracciare ogni aspetto della vita. Stava facendo un’esperienza che dava corpo a tutti i significati del suo nome: Miriam, immersa in un mare amaro, goccia d’acqua, ma anche di mirra.

Giunta a Nazaret, dopo qualche settimana Giuseppe chiese ai genitori il permesso di parlare con lei. Egli le riferì che, al primo incontro, quando Maria aveva pronunziato il suo nome guardandolo dritto negli occhi, gli parve di sentire il rumore del vento e lui spegnersi, non percepire più nulla, che fosse fame, freddo, caldo, dolore. Le parole gli sembravano vuote, mentre riemergevano, prima deboli, poi sempre più luminosi, i contorni del suo viso.

Anche la ragazza aveva scoperto cosa significa l’amore, proprio come si era abituata ad immaginarlo mentre leggeva il Libro dei Cantici. In quei giorni, a volte aveva la sensazione che qualcuno la chiamasse, che pronunciasse il nome chiedendole di alzarsi e partire. Fatti pochi passi, le pareva che la voce arrivasse da ogni direzione e da nessuna in particolare per cui si fermava, intanto non cessava di udire l’eco del suo nome: Maria, Maria, Maria, una armonia che scandiva le lettere come le assonanze di un salmo. Non faceva che ascoltare quella voce. Il cuore palpitava. Andava a guardare persino nel giardino e si affacciava al pozzo dove ritrovava riflesso il volto.

L’anima cercava di udire quei suoni che non tornavano, finché un mattino Gabriele riprese a parlare. Ella non ha mai dimenticato il timbro acuto come di donna che canta, voce melodiosa, ma anche autorevole di un uomo, dalla quale trasuda la saggezza di chi, premuroso, ammaestra. Intanto, aveva la sensazione di essere circondata da un silenzio irreale e fu distolta da quel rapimento proprio da Giuseppe, il quale aveva intonato una canzone per lei. Le parole la esaltavano come torre in mezzo alla vigna, argine e roccia, viso angelico dagli occhi neri e lucidi; era la sua colomba. Nel pronunziare queste parole le sorrideva pieno di gratitudine. Maria lo salutò con un cenno di assenso e il movimento fece cadere il velo, situazione imbarazzante per una promessa sposa che avrebbe dovuto mostrare al suo uomo i propri fluenti capelli soltanto dopo il definitivo affidamento.

Era circondata da tante attenzioni, ma cominciò a sentire una strana condizione di solitudine dopo che Giuseppe era dovuto partire per Sefforis; acuta l’amarezza per la sua lontananza. Egli era ora ancora più amato e, per quel che sentiva per lui, Maria avrebbe voluto comunicargli la sua singolare esperienza, come era avvenuto quell’angelico annunzio. Il messo di Adonai l’aveva cercata per impastare un figlio nel suo grembo: terra buona per salvare l’umanità.

Dopo la risposta positiva alla chiamata di Dio, la tensione interiore era tanta. Alla notizia delle condizioni di Elisabetta Maria si mise subito in viaggio per andarla a trovare, nonostante il tragitto non fosse dei migliori; infatti doveva attraversare sentieri impervi tra le colline della Galilea. Certo ciò non poteva scoraggiarla. La sua mente era concentrata su un solo pensiero. Si sentiva la serva privilegiata del Signore ed aveva bisogno di comunicarlo a qualcuno. Corse perciò dalla cugina spinta dalla carità verso di lei, bisognevole di aiuto, ma anche dal desiderio di farla partecipe del mistero che l’accompagnava da quel fatidico giorno quando aveva pronunziato un sì che sentiva dentro di sé con crescente evidenza. Andare in quella casa non significava soltanto offrire i servigi ad una donna che aveva bisogno di aiuto, ma poter osservare più da vicino, nell’abitazione di un sacerdote, le conseguenze della parola di Dio e la responsabilità che ella andava assumendo verso la Torah.

(1 – continua)

redazioneIconfronti

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